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Le parole sono importanti, segue

Giovedì sera di una tersa e lucente giornata primaverile, davanti a una pizza e una birra e con il fine settimana che si avvicina c’è voglia di sorridere e di raccontarsi.

Narrant che in un certo importante bullonificio più veneto che lombardo uno dei più alti papaveri la cui altisonante carica spicca, in inglese, su biglietti da visita, annessi e connessi, si avvalga indiscriminatamente ed in modo improprio di Google Translator per compensare un’ostinata incapacità di comprendere e assorbire le più elementari nozioni di questa lingua ripetutamente impartite al corso aziendale.

Il risultato, finito in pasto a più ampio pubblico, è il seguente: “Ci sentiamo presto” —> “I’ll feel you early”. Tenerezza.

Una sciocchezza, in fondo, quando uno ha la certezza di stare nella realtà che produce i migliori bulloni al mondo, bulloni che nessuno potrà mai avere le capacità di replicare dopodomani in Romania, in Polonia, o in Tagikistan.

O se in questa avveniristica realtà audacemente proiettata verso il futuro e necessariamente già internazionalizzata, più per campa’ che per scelta strategica, fai l’addetto al tornio plurimandrino, posizione peraltro ricercatissima (che a pensarci …).

Allora non interloquisci con esterni di diversa lingua/nazionalità, se non nel tuo tempo libero, quando fai quello che vuoi e vedi chi vuoi, e puoi star certo che per lavoro, oltre ad una conoscenza anche approssimativa dell’italiano, nessuno richiederà competenze di tipo linguistico.

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Le parole sono importanti

Nel corso dell’ultima settimana devo essere diventata ipersensibile all’uso che si fa delle parole, la loro scelta, il contesto nel quale vengono usate, le molte cose che lasciano trapelare di coloro che le pronunciano, il fatto che vadano parecchio oltre ciò che viene detto.
Me lo spiego con il riavvicinamento alla lettura di libri dopo diversi mesi di astinenza da carta stampata.

Sempre nel magico filone siamo una grande famiglia, volemose bene del “ciao, cara” di commessa di Kiko, mi è stata riportata una meravigliosa conversazione di lavoro infarcita di “amore”, “tesoro” e altre chicche del genere.
Da mega capo a giovane impiegata precaria, che tace ed acconsente.
Prevale qui la sfumatura paternalistica-gioviale del sono un capo simpatico e alla mano e tu, gallinella succosa, dovresti essere lusingata da questa confidenza che magnanimamente ti concedo.
Confidenza però non richiesta, e a senso unico.
In passato mi è capitata una cosa del genere, abbastanza comune in un certo tipo di realtà padronal-paesana, e subito riportata entro i binari di una più consona, opportuna e rispettosa comunicazione avendo io intercalato a mia volta nel rispondere con un “sí, amore”.
Silenzio di tomba, ed episodio mai più verificatosi.
Episodio capace persino di aver fatto riaffiorare gli ultimi riluttanti rigurgiti di femminismo sepolti oramai anni fa allorché, dopo lunga riflessione, sono giunta alla conclusione che, perlomeno nel mondo occidentale nel quale mi muovo e mi sento più a mio agio, i nemici delle donne non sono più gli uomini, ma più spesso le altre donne, o le stesse donne con tutti i loro fantasmi.

Per chiudere la settimana in bellezza giovane impiegata precaria terrorizzata mi racconta di essere stata accolta al suo arrivo in una certa assienda da un se sei stata tu a fare questo ti arriva una sberla.
La zietta raccoglie la preziosa testimonianza, per i posteri e a fini di cronaca.
Parole che si scolpiranno nella roccia, e non c’è automobile o borsa di Luí Uitton vera o tarocca che possa dare dignità e decenza a questi soggetti che riescono ad essere ugualmente volgari anche con la bocca chiusa.
La paura più grossa di frequentare certi posti é quella di finire così, con evidenti problemi di autocontrollo e di gestione delle frustrazioni personali, ed evidentemente non solo questo, molto di più.
Devo però, necessariamente, fermarmi qui.

Le parole sono importanti e, molto più di qualche genitale maschile o femminile usato a sproposito che personalmente mi è quasi del tutto indifferente tranne in pochissimi contesti, sono lo specchio dell’imbarbarimento e della grettezza dell’anima di chi certe cose non solo le pensa ma le dice, nell’indifferenza di tutti.

Un bel quadretto particolare che non stona affatto nel macroquadro generale, ci va a braccetto.

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