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Leggendo il giornale

Quando sono a casa inoperativa ed improduttiva sfoglio i giornali online per impiegare il tempo: lo faccio sempre comunque, ma oggi ci ho proprio da passa’ a jurnata visto che non potrei concludere molto di più.
Ogni giorno trovo diversi articoli sui quali mi piacerebbe esercitare il mio diritto d’opinione, o confrontarmi con qualcuno, ma poi manca il tempo e la concretezza necessaria a racimolare e mettere per scritto quei pensieri confusi e sparsi, pensieri che a volte fanno anche a botte tra di loro.

A botte come nel caso, notiziona della serata di ieri ripresa stamattina a grancassa da tutti i quotidiani, della liberazione delle due giovani cooperanti italiane rapite in Siria alla fine di luglio.
Anche se la mia intenzione in realtà non era parlare di questo ma di un altro fatto che occupava poco più di un trafiletto, e solo su uno dei maggiori quotidiani.
A me, di primo acchito, a queste due tardo-adolescenti una bella sculacciata sul sedere verrebbe voglia di darla dopo averle per bene interrogate, rifocillate, fatte riposare e poi spedite a casa.
Il che non esclude che sia felice e sollevata per loro e per le loro famiglie, anche qualora per ottenere ciò sia stato necessario pagare, come non è difficile credere, un congruo riscatto che andrà a foraggiare guerre e terroristi.
Era giusto e doveroso fare di tutto per portarle a casa, come quando vanno a recuperare qualche improvvisato velista in mezzo al mare o qualche pirla che si avventura in montagna con le infradito.

Poi però scatta la fase B del pensiero, quella meno giudicante e che non ha dimenticato cosa voglia dire avere vent’anni, nonostante i miei siano piuttosto lontani nel tempo.
I miei vent’anni sono stati avidi di letture, e pieni di diari cifrati e di meditazioni esistenziali, perché in fondo sono sempre stata un’introversa felicemente autarchica, seppure non asociale come invece adesso.
Ma sono anche stati zeppi di feste e festini, di amiche-nemiche del cuore con relative faide e riappacificamenti, di Pantaloni dai quali farsi adulare e conquistare, di appuntamenti al buio e non, di Superga rosa (sí, rosa 😦 ) e di mode e di tagli di capelli osceni importati dalla Perfida Albione o, peggio, dalla Milano da Bere.
Il massimo del mio idealismo é stata una brevissima parentesi di militanza tra le fila giovanili di un partito nel quale, comunque, stavano tutti i ragazzi più carini ed evoluti della città, cioè quelli che sapevano esprimersi in italiano corrente senza tenere uno stuzzicadenti in bocca.
A me, cioè, non sarebbe mai venuto in mente, a venti come a quarant’anni, di andare un po’ alla Brancaleone in un paese dove é in corso una sanguinosa guerra civile per dispensare kit sanitari o altro, sapendo forse di poterci lasciare la pelle o comunque di essere esposta a dei seri pericoli, e lontana da casa.
Quindi per queste due bambine rimango un po’ indecisa, indecisa se meritino una bella sculacciata o una carezza sul viso.
Forse tutte e due.

Il trafiletto invece: da qualche parte una preside di un istituto alberghiero o simile vieta l’acceso ai laboratori, cioè alle cucine, ad un ragazzo con i dreadlocks, alias capelli da rasta, adducendo motivi di decoro ed igiene.
Detto che mia madre da giovane non poteva indossare i pantaloni perché sua madre, insegnante, glielo impediva per motivi di decoro, e che quindi il concetto di decoro é alquanto soggettivo e mutevole nel tempo, infatti mio padre ce l’aveva con certe mie minigonne che sono adesso da educanda, forse la preside non si è mai fatta un giro fuori dall’Italia, nelle capitali europee, a New York, a Los Angeles, a Singapore, a Sydney (in AU nemmeno io).
Come si fa nel 2015 ad essere così provinciali?
Poi a me i dreadlocks non piacciono per niente, ma questo è un problema mio, non mi piacciono nemmeno tutti questi shiatush che girano, o le finte bionde.

Igiene: in fatto di igiene e pacifica convivenza tra gli individui anche io come la preside conduco un’inutile solitaria battaglia.
Dicono che tutti abbiamo una missione da compiere su questa terra, la mia è una Crociata contro l’utilizzo di fibre sintetiche in luoghi pubblici.
Questo è uno dei più grandi attentati all’igiene che la mente umana possa concepire, ma il misfatto viene sempre più tollerato su scala planetaria grazie anche alla diffusione delle catene d’abbigliamento low cost.
Io ne proibirei comunque l’uso in cucina, in ogni cucina, anche perché alcuni tessuti sintetici, come riportano le stesse etichette, sono altamente infiammabili.
E comunque dico: se uno in cucina indossa correttamente la cuffietta d’ordinanza come la legge prevede sopra, si spera, capelli puliti, dreadlocks o taglio umbertino, ma che gliene frega alla preside o ad altri?

Sull’igiene personale poi ci si può solo affidare all’altrui buon cuore e all’Altissimo, che nessuno va a vedere se tra gli altri studenti o colleghi c’è qualcuno che usa da una settimana le stesse mutande rivoltandole, o se non si lava le mani dopo essere state in bagno.
Del resto, su intero piano di Multipaesana, ad andare in bagno con dentifricio e spazzolino dopo aver pranzato in mensa siamo in due.
Ce ne fosse una dico una delle casalingue con le mutande in poliestere 100% che si “vantano” di passare l’aspirapolvere tutte le sere e di lavare le tende di casa ogni mese.
Gli uomini almeno si sa che sono prevalentemente zozzi. 🙂

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12 commenti

Archiviato in Craps, Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo), Outlet valve