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Libro che ho letto: “I colpevoli” (Ferdinand von Schirach)

Scaricato in formato e book dalla mediateca provinciale in una domenica pomeriggio di tempo incerto e di ancor più incerto umore. Umore nero goes with vicende di cronaca nera?
Amato e piaciuto sin dalle primissime pagine che colpiscono come un pugno allo stomaco.
Prosa asciutta e tagliente, casi giudiziari che, non ho capito se realmente accaduti o meno, rimangono irrisolti, o risolti a metà: colpevoli che la fanno franca, cavilli giudiziari, inaccuratezza delle indagini, incompetenza, prove raccolte mal conservate o insufficienti.
Spesso semplicemente è il Caso più che il Delitto Perfetto studiato a tavolino, sfortuna per la vittima, una serie di fortunate coincidenze per chi commette il crimine.
Sembra di essere in Italia, invece siamo in Germania.
Nessun eroico, ombroso e magari fascinoso ispettore o commissario dall’aspetto trasandato che dipana la matassa ed assicura la giustizia, nessuna squadra di bellocci iper tecnologici a caccia della più remota infinitesimale traccia di DNA, nessun plastico in prima serata in televisione: come purtroppo accade nella realtà spesso i colpevoli rimangono impuniti.
Infatti, dalle mani di un noto penalista tedesco prima, poi anche (bravo) scrittore.

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Libro che ho letto: “Prove per un incendio” (Shalom Auslander)

Da leggere d’un fiato.
Un libro che consiglierei a tutti specialmente a chi ama l’umorismo ebraico. Umorismo che come spesso succede è autoreferenziale e, non indulgendo in sconti di nessun tipo, qui riesce ad essere davvero dissacrante.
Una vicenda che ha del surreale, la forzata convivenza di una famiglia con un’Anna Frank scrittrice e che si scopre essere sopravvissuta al campo di sterminio.
Decrepita, asociale, cattivissima, dalla fine della guerra Anna si nasconde di paese in paese per approdare nel solaio della fattoria di un’anonima cittadina americana dove viene scoperta dal capofamiglia Sholomon.
Sua unica preoccupazione ed occupazione bissare, dopo quasi settant’anni, il successo mondiale del suo famosissimo Diario.
Almeno due personaggi rubano la scena ad Anna Frank: l’anziana madre di Sholomon, un po’ Jewish mama ed un po’ no, perseguitata dagli incubi, dai tormenti e dai lutti di un Olocausto che non ha mai vissuto in prima persona in quanto nata e cresciuta americana in una famiglia della middle class, al riparo e lontana dalla tragedia che si consumava dall’altra parte dell’oceano, ed il professore e psicoterapeuta Jove che elargisce perle di saggezza all’insegna di un pessimismo che più cupo e cinico non si può.
Un finale a mio avviso un po’ rabberciato, a suo modo triste e nemmeno tanto originale, ma nulla che possa sminuire il piacere di questa lettura e l’ansia di arrivare alla fine che accompagna solo i libri migliori.

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