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Vita e musica

Mentre pubblicavo il post precedente improvvisamente mi sono ricordata la definizione di me stessa che sento calzarmi meglio addosso e che mi sono trovata casualmente tanti anni fa, quando un amico musicista poi perso di vista mi ha regalato un CD per ampliare i miei orizzonti e le mie conoscenze e, devo dire, affinare i miei gusti.
Non lo ringrazierò mai abbastanza per avermi fatto conoscere quel disco, e adesso che ci penso, un peccato le nostre strade si siano separate.

Dunque, se qualcuno mi chiedesse di riassumermi in poche parole, di solito stè stronzate le fanno solo alle Human Resources delle tipette di vent’anni in tailleur e calze color carne quando cerchi un lavoro, mica te lo chiedono gli amici, io direi: an unfinished woman, che é il titolo di un brano contenuto in quell’album.

Mi sono sentita così, unfinished, per molti anni, e solo ora realizzo che quel processo non si è ancora completato.
Avrei giurato, allora, che intorno al giro di boa dei cinquanta, sarebbe stato completato da un pezzo.
Ah, illusa!
E constato che ci sono in giro ventiduenni molto ma molto più finite di me, quasi vecchie (probabilmente le stesse che stanno alle Human Resources, di certo la calza color castoro e il mezzo tacco non aiutano).

Ci sono stati periodi, anche molto lunghi, direi per la maggior parte della mia vita, nei quali ho amato la musica alla follia, e mi sono nutrita ed abbeverata di musica quotidianamente.
Semplicemente non potevo farne a meno, mentre adesso e già da tre o quattro anni la musica mi da quasi fastidio, e le mie centinaia di CD languono alla rinfusa in anonime scatole di cartone.

Questo disco che é un assoluto capolavoro e una pietra miliare nella storia della musica jazz, sicuramente rientra nei miei Top 20 di tutti i tempi, contiene brani tutti uno più bello dell’altro, da togliere il fiato, da pelle d’oca.
Per combinazione For an unfinished woman è, insieme a My Funny Valentine, il migliore.

Ho voglia di risentirlo, domani magari collegare lo stereo e spacchettare i cartoni con i miei CD, e sarebbe anche ora di cominciare a catalogarli, come più di una volta ripromessami.
In quei cartoni giace la colonna sonora della mia vita.
Loro sono Chet Baker e Gerry Mulligan, concerto al Carnegie Hall.
Correva l’anno 1973 o 1974.

Chissà che mi ritorni anche la fregola della musica, qui ogni lustro si cambia gusto.

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