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Avere o non avere un cane

Da circa tre settimane, anzi oramai quattro, frequento con una certa assiduità il canile della cittadina dove vivo, la temibile Vorkuta lombardoveneta della quale ho già avuto modo di parlare in precedenti posts.
Con una certa assiduità significa due volte alla settimana che è il massimo che potrei fare per motivi di incompatibilità tra gli orari della struttura in questione e quelli della Multipaesana dove mi guadagno la pagnotta quotidiana.
Due volte alla settimana per quattro settimane rappresenta già una sorta di piccolo record personale, considerato anche che non sono lì nelle vesti di volontaria ma in quelle di anomala visitatrice.
Anomala perché non saprei bene definire il mio status, in bilico tra generica amante dei cani e (forse) aspirante futura adottante, se pure in preda a millemila ansie, dubbi e paure, e nemmeno saprei descrivere con esattezza il mio stato d’animo tutte le volte che varco i cancelli del rifugio, se non la sensazione di pace generale, di stare facendo la cosa giusta e che non vorrei essere in nessun altro posto. Tre emozioni che raramente provo, e quasi mai nello stesso momento.
Stranamente poi uno dei miei rari sorrisi mi si stampa sulle labbra tutte le volte che ritrovo i miei beniamini (inevitabile che si creino delle simpatie/preferenze), e da lì ad una sequela ininterrotta e stomachevole persino a me stessa di Pucci Pucci, Ammmore mio, ma quanto sei bello etc etc. il passo è breve.

In realtà io da un canile non sapevo nemmeno cosa aspettarmi non avendoci mai messo piede primi dell’inizio di settembre: quello che ho trovato ha però superato di gran lunga le mie aspettative. Perciò non posso fare a meno di riconoscere una gran nota di merito a chi lo gestisce e, soprattutto, alla numerosa nutrita schiera di generosi volenterosi volontari che si impegna e si avvicenda quotidianamente. Poi forse, in qualche misura, anche all’amministrazione comunale di Vorkuta, della quale tutto si può dire ma non che in alcuni settori, come ad esempio nel caso dell’efficiente rete bibliotecaria, non offra dei servizi di un certo livello.
Nel complesso un bell’ambiente, sereno, gioioso, una struttura molto curata e pulita, un discreto turn-over di cani, pelosi che vengono adottati, altri che arrivano, qualcuno che purtroppo muore, anche molti recinti vuoti, il che è un buon segno.
Per lo più i cani che sono ospitati in questo rifugio sono piuttosto anziani e, temo, molti finiranno i loro giorni in quei recinti. Mi conforta però il pensiero che in molti casi stanno meglio li che con eventuali adottanti distratti o negligenti perché, ripeto, le cure materiali e non solo materiali che ho visto prodigare nei confronti di questi animali sono l’unico incoraggiante segnale percepito nell’ultimo ventennio che forse al mondo c’è qualche speranza di un futuro migliore e che non tutto è perduto.

Beh, ma io che ci faccio lì? Me lo chiedo anche io. La prima volta sono capitata al rifugio un venerdì pomeriggio sospinta da una generica curiosità e da un mai sopito amore per i cani forse riesploso negli ultimi tempi probabilmente per via del fatto che a breve, finalmente, avrei lo spazio per un quattro zampe, e anche più di uno, mentre nella situazione attuale potrei a malapena appendere al muro la foto di un odioso cagnolino toy.
A Vorkuta per ogni marmocchio che si incontra per strada, in carrozzino, passeggino, portato in spalla o tenuto per mano ci sono almeno tre cani, tutti ben pasciuti e ben tenuti, tutti felici e scodinzolanti tanto quanto i loro orgogliosi padroni.
Ad essere richiamati, ed anche con una certa stizza, sono più spesso i bambini.

Ci faccio che, come ho già scritto, ci sto bene, e ogni visita mi fa sentire anche meglio.
Ci faccio che mi piacciono tanti cani, penso spesso a loro durante la settimana, vorrei che venissero adottati al più presto, specie i più anziani e quelli malati e/o malconci. Di cuccioli non ne ho mai visti ma credo che vadano via come il pane.
Ci faccio che mi sono innamorata alla follia di un cagnolone, ed è stato per puro caso, non era quello il piano. Se proprio quello che avevo in testa e che vedevo nel film della mia vita futura era un cane di media taglia, non mi piacciono quei cagnini che sembrano dei ratti, un cane femmina opportunamente, dovutamente e saggiamente sterilizzato.

Invece l’ammmore che mi è scoppiato è per un cane maschio di taglia grande, non enorme eh, ma grandino, trenta Kg tutti, e non c’è momento durante la settimana che io non ripensi a quei suoi occhi grandi ed espressivi, a quel nasone freddo ed umido, al suo codone scodinzolante, ai suoi zampotti contro la grata del cancello.
Non ricordo di avere visto qualcosa di tanto bello, di tanto pulito ed avente senso così compiuto, in molti, molti anni.
E vorrei portarmelo via, farlo diventare il mio cane, e sarebbe anche facile, bastano carta d’identità e codice fiscale, se solo io fossi una persona normale, come tanti che arrivano lì ed in meno che non si dica si caricano in macchina i loro sei chili o quaranta di animale, senza porsi troppi se e troppi ma. Di certo nemmeno lontanamente sfiorati dal dubbio di non esserne all’altezza.
Per me non è così. Sono sempre stata oltremodo allergica all’assunzione di ogni tipo di responsabilità e alla formalizzazione di legami con ogni tipo di essere vivente, umano, animale e vegetale: ho sempre cazzeggiato, tergiversato, rimandato, differito e posticipato sino all’ultimo anche l’acquisto del concime per le piante, perciò mi domando incessantemente se sarei / sarò in grado di far costantemente fronte alle necessità, non solo materiali, di un altro essere vivente il quale dipende in tutto e per tutto da me. Sarei in grado di offrirgli di meglio della situazione non ottimale ma nemmeno tragica del canile dove si trova?
Avrò la costanza, la forza mentale e fisica di portarlo fuori almeno due volte al giorno, di farlo pascolare per prati e campagne nei fine settimana, di coccolarlo, di preparargli del cibo sano, di pulire dove sporca e di duplicare gli sforzi per l’igiene anche in casa visto che perderà un sacco di pelo, tutto questo giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno fin che morte non ci separi?
Sono sicura che nessuno al mondo si pone tutte queste domande, nemmeno prima di sposarsi.
Quel rifugio non è certo un lager ma, come diversi volontari hanno riconosciuto e confermato a mia specifica domanda, i pelosi non vengono portati a passeggiare più di una o due volte alla settimana. Immagino la sofferenza per il mio cagnolone, giovane, in salute, esuberante. Io non posso pensarlo lì, sto male a pensarlo in quella gabbia tutto solo, specie la notte.
Ieri ho accompagnato un volontario mentre lo portava in passeggiata, una ventina di minuti in tutto.
Persona di una certa sensibilità e disponibilità si era accorto, come anche altri ad onor del vero, che stazionavo da giorni sempre e solo davanti a quel recinto cercando di entrare in confidenza e di familiarizzare con quel bel giovanottone dal pelo setoso che sì, è molto affettuoso ed adorabile, ma anche discretamente fifone. Necessita perciò di un minimo di lavoro preliminare, di un approccio graduale, senza spaventarlo od opprimerlo, e posso dire con le mie visite di essermi già guadagnata una bella fetta della sua fiducia.
È per questo che l’adoro, per quei suoi occhioni paurosi che ti guardano spesso quasi a cercare conferme, sicurezza ed approvazione, e giuro che non so cosa farò, è un tale casino e so a malapena badare a me stessa, ma di certo non potrò mai perdonarmi qualora dovessi essere così vigliacca e pusillanime da volere scordare quegli occhi e da decidere di lasciarlo invecchiare là dentro.
E io so che ne sarei capace, pur di non avere pensieri, responsabilità, gravami, obblighi, scadenze.
Ieri, mentre procedeva spedito e sculettante al guinzaglio tra il sentiero in mezzo ai campi, tutto orgoglioso del fatto che ben due persone si stessero occupando di lui, e perciò un po’ strattonando e zigzagando anche per l’eccitazione di trovarsi finalmente a sgambare, pensavo che se non fossi come sono potremmo davvero stare molto bene insieme, e completarci a vicenda.
Sono terrorizzata, sento come se gli avessi promesso qualcosa e che dovrò tradirlo.
Ho paura che non potrò mai più avere una vita mia.
A volte vorrei persino non aver mai messo piede là dentro, vorrei non averlo mai visto.
Mi faccio orrore, ma ci penso sempre.

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