Archivi del mese: novembre 2015

I carabbinieri

A distanza di quasi una settimana dal fatidico giorno in cui i ladri hanno fatto irruzione in casa mia, un innocente e tranquillo sabato pomeriggio decisamente autunnale, c’è una cosa che mi rode il culo quasi quanto tutte le altre cose che possono rodere in frangenti come questi, che sono parecchie e facilmente immaginabili.

E sono esattamente le stesse di quando mi hanno analogamente spazzolata una ventina di anni fa, ma forse peggio.

A Vorkuta nessuno la passa liscia: se la prossima volta dovesse succedesse solo tra altri  vent’anni quasi quasi ci farei la firma, per dire, e mi considererei fortunata visto che da queste parti fanno raid mensili-stagionali nei garage e nelle cantine anche solo per le conserve di pomodoro o il vino.

Lasciata decantare l’emotività, la rabbia, la sensazione di vulnerabilità del momento e la certezza della totale assoluta impunità degli autori qualora anche li beccassero (ahh ahaha) se li cercassero (ahahah ahahah), quello che tuttora punge come tanti spilli è come mi hanno trattata le solerti forze dell’ordine arrivate sul luogo del misfatto per la constatazione dell’accaduto.

Non con maleducazione, almeno in apparenza: sarebbe quasi impossibile provare in un tribunale o davanti a un loro superiore un'”accusa” come questa.

Ma con una sottilissima e ben peggiore impalpabile arroganza venata di sessismo, di paternalismo del tutto fuori luogo visto che sono una donna matura, il tutto condito da una padellata di cazzi-altruismo da portinaia del sottoscala per nulla consono al loro ruolo e al frangente, e nemmeno alla loro interlocutrice che non è una minorenne squatter scappata di casa.

Un’accoppiata che definirei sintetizzando: il corto non autoctono comunque investito del suo ruolo, e il bislungo autoctono semi-assente ma con uno spiccato quanto inopportuno interesse per i catzi degli altri e per gli immobili della zona.

Sul corto non autoctono non molto da dire, tranne che dall’età di sei anni in poi dovrebbe essere evidente la distinzione tra una casa indipendente e un condominio. Perciò perché me lo chiedi a fare se siamo in un condominio o in unità indipendente. No, non ci fai una bella figura.

Secondo: perché la prima cosa che mi chiedi in assoluto ancora prima di tirare fuori le tue scartoffie è che lavoro faccia? Che io faccia la veterinaria, la volontaria in Uganda, l’allevatrice di procioni, la cercatrice d’oro in Klondike, la pedicurista, la mantenuta … ha una qualche importanza ? Infatti gli chiedo tenendo a freno la lingua biforcuta, che son sempre tutori della legge: “cambia qualcosa?” Mi risponde scuotendo la testa che no, in effetti non cambia niente.

Sono certa che a un uomo non si sarebbe mai permesso di chiedere che lavoro faceva, infatti in nessuna parte dei moduli che compila viene richiesta o trascritta questa informazione. Ma a una donna,  a una donna sola che osa rientrare da sola dal cinema nel tardo pomeriggio di sabato, sì, si può chiedere, anche se l’informazione non serve a niente.

Non venitemi a dire che non è il retaggio di cultura sessista e misogina che  credevo estinta dagli anni 50 del secolo scorso.

Nel frattempo il bislungo autoctono esordisce in tutta la sua quadrangolare ottusità e insensibilità chiedendomi, mentre si guarda in giro facendo una valutazione dei metri quadri o di altre cose che ha in mente, perché si vede che a qualcosa sta pensando, se non sarebbe meglio per me vivere in un piccolo appartamento invece che qui dove sto.

Mi pento solo di non avere avuto la risposta pronta, ancora visibilmente scossa per quanto accaduto, e di avere incassato senza reagire. Non è affatto nel mio carattere. Io non le mando a dire.

Mi chiede anche se non mi converrebbe prendere un cane, come se non ci pensassi ogni giorno e ogni ora della mia vita, che nulla desidero di più di un cane, ma se non l’ho ancora fatto evidentemente un buon motivo ci deve essere.

Cioè brutto incapace, tu sei nello svolgimento delle tue funzioni, pagato per questo. Mi va bene anche che te ne strafotta di quello che mi è successo, che a malapena mi saluti quando entri in casa, però ti permetti di fare le pulci alla mia vita, dove vivo, come vivo, perché vivo qui e non in un là ipotetico che magari nemmeno desidero perché forse sto benissimo dove sto, e   senza nemmeno sapere (e ci mancherebbe anche) il perché e il percome e le vicende della mia esistenza.

Come se non potessi decidere di piantare una tenda in giardino se lo volessi, e di andare a dormire lì la notte invece che nel mio letto. O se non potessi scegliere di vivere mangiando pane e cipolle pur di non tornare al settimo piano in un pollaio, o come se non potessi o non avessi le mie ragioni o motivi per vivere in questa casa.

Ma chi sei per dare consigli, per fare domande, per trarre conclusioni, per darmi suggerimenti, per impicciarti dei fatti miei? Sono convinta che ad un uomo, ad un  ragazzo sopra i venticinque, non si sarebbe mai permesso di fare domande simili, e una tale mancanza di rispetto.

Scendendo le scale, non si sono trattenuti molto che c’era anche poco da dire, il bislungo autoctono batte con le nocche della mano sul muro. Stava facendo un’attenta valutazione del cemento armato. Magari cerca casa, o suo cognato lavora in qualche agenzia qui intorno.

A quel punto avrei voluto fargli lo sgambetto, e mi sarei fatta una grassa risata nel vederlo rotolare per le scale.

Grazie comunque per il quasi pronto sopralluogo e per la cortesia e sensibilità del Maresciallo della locale Stazione quando il giorno dopo ho sporto denuncia.

 

 

 

 

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Primo bilancio di meno di 24h di guerra al carboidrato*

Fame

*pane, pasta, dolci e prodotti da forno

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8h 5 gg sett.

La cosa peggiore è fingere rispetto per persone per cui non si prova alcuna stima.

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