Archivi del mese: giugno 2015

Amori che vanno, amori che vengono

Dopo tanti anni da quando ci siamo detti addio é ritornato l’amore.  Anche se non è mai stato un vero addio, più che altro un allontanamento. 

Qua e lá ci siamo sempre frequentati,  solo molto meno intensamente che in gioventù, quando lui era l’unico ed il solo e tutti dicevano che insieme eravamo una bellissima coppia, che stavano proprio bene insieme.

Dentro di me io l’ho sempre pensato ed amato, anche quando ero rimasta la sola, anche quando mi davo ad altri come una sgualdrina, anche se questi altri non erano affatto, e non sono, in grado di valorizzarmi e di capirmi come fa lui.

Ho provato con altri, sperimentato, ho avuto brevi ed intense soddisfazioni, un po’ mi sono accontentata o ho fatto finta di non vedere, ma alla fine sono tornata da lui, sono tornata a Canossa, a quell’amore lontano felicemente corrisposto.

Così, registreranno gli annali della storia, l’estate 2015 segna prepotentemente il ritorno del blu navy della mia vita.

Non il blu a righe, o a pallini, o su fondo tartan, o fiori blu o sfondo blu.  

No, proprio lui-lui, il colore blu navy in tinta unica,  in forma monogamica e monoteista. Che gioia averlo ritrovato. 

Una gioia tale da farmi voler mettere una gonna domani: io, gonna, d’estate. 

Sí, ma blu – tinto a mano perció leggermente disuniforme che non mi piacciono le cose troppo perfette – e svolazzante, di lino.

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Quello che so

Io l’unica cosa che so prima di andare a fare/dare un esame, e questo succedeva sia a scuola che all’università, ma anche ai vari corsi che ho frequentato (a mie spese) nel (vano) tentativo di costruirmi una professionalità e spendibilitá nel mondo del mercato del lavoro peninsulare, é che non so niente.

Che quello che so e che ho fatto mio, e che davvero so destreggiare come quando impugno coltello e forchetta o il mascara é solo una ridicola, risibile, minima, infinitesimale parte di quella già di per sé limitata porzione dello scibile umano che mi si richiede di sapere. E poi, naturalmente, so che non ho fatto abbastanza, neanche lontanamente.

Ma se per caso avessi fatto davvero anche abbastanza, so che avrei dovuto fare di più, parecchio, o farlo meglio, o in altro modo. In quell’altro modo in cui l’avranno fatto tutti gli altri, tutti preparatissimi, tutti menestrelli e giocolieri della materia.

Così, a distanza di una settimana dal mio esame internazionale di russo e ad un’età alla quale dovrei forse pensare più che altro alla terapia ormonale sostitutiva, godermi qualche tele-piovra, o pianificare il passaggio alla tintura totale della chioma, io mi sento un fuscello d’erba nel vento, e mi perseguitano sinistre visioni ed oscuri presagi di scene mute, di esaminatori rubicondi venuti d’oltre cortina che si spanciano dalle risate, mentre tutti gli altri esaminandi scuotono la testa e si danno di gomito.

In genere poi invece succede che il mio DNA italico mi faccia dare il meglio in situazioni di stress e di forte sollecitazione, come appunto agli esami: spero tanto anche questa volta. 

Anche se non so davvero niente, ma questa volta davvero niente, e anche se stá cosa qui in cui mi sono imbarcata non serve a niente, ma davvero a niente. 

Serve solo a ricordarmi che esisto e che ho ancora un paio di neuroni nel cervello, che dopo troppi anni lá dentro la considerazione che ho di me stessa é sotto le scarpe, nella Fossa delle Marianne. Che gran posto di c/цц0.

Nemmeno un uomo era mai arrivato a tanto.

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Non ci sono più le stagioni di una volta, signora mia

Non voglio mancare di rispetto a nessuno, ed il rischio è alto quando si tratta di un argomento così sensibile ed attuale in questo disastrato paese, il lavoro. Persone che conosco sono toccate dal problema della disoccupazione e della sottoccupazione, e non se la passano bene. 

Capitasse a me domani sarei nel guano fino al collo, per dire. In pochi anni finirei a fare la fila alla Caritas.

Però, a quelli che ti chiedono come stai e poi ti dicono “eh, l’importante è la salute e il lavoro” io metterei volentieri due dita in occhio. Lasciamo stare la salute che è davvero roba seria e vitale e fa parte di più alti imperscrutabili progetti che sfuggono alla mia comprensione, e parliamo di lavoro.

Ok, io un lavoro ce l’ho, e certamente ho un problema in meno, un grosso-grosso problema in meno, di chi è senza.

Tuttavia ho un lavoro del c/цц0 in un posto del c/цц0 che sta sempre diventando più del c/цц0 grazie anche a persone del c/цц0 ed a un’organizzione del c/цц0, con una mentalità mafiosa del c/цц0 in salsa lombardoveneta del c/цц0, quindi non è che me la passi benissimo nemmeno io, Signora.  Eccoci, l’ho detto.

Adesso me lo sogno anche la notte, per dire, è domenica pomeriggio e mi viene la morte addosso al pensiero della settimana che mi aspetta, e delle settimane e degli anni che verranno.

Dedicato alla mia vicina di casa con la scopa in mano. Ci incontriamo solo quando io taglio l’erba o strappo le erbacce in giardino, e lei è sempre lì con una ramazza in mano.

Comunque, io sta cosa qui dell’accontentarsi, che credo sia uno dei fondamentali della cultura cristiana cattolica, la capisco sí e no, e mi va giù sí e no. Accontentarsi sí, bene, ma possibilmente non sui fondamentali. E un posto alias paese dove uno si deve accontentare di questo, magari anche per una vita intera, anzi deve pure ringraziare per avercelo perché alternative non ce ne sono, deve essere proprio messo male.

Però poi mi accorgo di dirlo anch’io, cioè, sicuramente devo averlo detto, per tagliare corto, ma solo quando proprio-proprio non ho niente da dire.

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Tentativi maldestri ed economici di abbellimento 

Uno dei social che mi piace di più e che mi rilassa parecchio frequentare é Pinterest: mi piacciono i suoi modi silenziosi e sommessi, mi piace arricchire la mia bacheca di Pin interessanti, di belle fotografie. Dai Pin altrui traggo spunti ed ispirazioni per ricette, attività, progetti, cose di diversa natura molto diversa tra di loro e con diverse finalità. E con diversi esiti.

Per esempio, ho visto una collana realizzata con dei fili di cuoio e del materiale facilmente reperibile in ferramenta, credo si chiamino rondelle e sono in ottone o altri metalli, che ce l’ho in testa da qualche mese, e non sembrerebbe ci voglia una scienza per realizzarla.

Scopro così dalle solite guru, americane e non, che la curcuma, spezia di cui ho in casa una confezione in polvere ancora relativamente intonsa, oltre ad avere un colore intenso e bellissimo, ed un profumo altrettanto intenso e molto particolare che potrebbe non piacere a tutti, possiede anche miracolose ed insuperabili proprietà benefiche per la pelle del viso e del corpo. Naturalmente anche per l’organismo in generale, se assunta per via interna nei cibi, in infusi, tisane etc. etc.

Fino a quando ho mangiato carne, io con una salsina di curcuma ci facevo ogni tanto dei bocconcini di pollo con mele e cipolle, che pare un pugno nello stomaco, ed invece è robina buonissima. Ignoravo tutto il resto.

Con la curcuma, semplicemente mischiata con miele, limone, oli vegetali vari, latte e chi più ne ha e più ne metta, si realizza in pochissimi minuti una maschera per il viso, e volendo anche per il corpo. Sulla sua immediata efficacia sono pronta a giurare anch’io, dopo averla provata, per il suo effetto schiarente, illuminante, tonico, compattante. 

Magari con l’accortezza di mischiarla con un po’ di latte invece che con il miele. Il latte impedirebbe alla pelle, ma l’ho scoperto solo poi, specialmente alle carnagioni molto chiare e rosate, di tingersi per diverse ore, parecchie, di un salutare ed esotico color giallo zafferano, solo un po’ più intenso e persistente. 

Per fortuna era domenica mattina, e ha piovuto tutto il giorno.

Lunedì mattina ero ancora vagamente itterica-Simpsoniana.

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Ipse scripsit

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. 

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. 

Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.         

Italo Calvino, “Le città invisibili”

Grazie per avermi chiarito le idee, fratello. Ci sono naturalmente luoghi, nomi, cognomi, circostanze, cose, situazioni. E poi esiste il mio piccolo, troppo piccolo, universo parallelo che difendo con le unghie e con i denti.

Mi basterebbe cambiassero le proporzioni.

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Fiduciosa attendo

Dopo aver fatto debita richiesta di PIN all’INPS e dopo la ricezione del primo moncone dello stesso, avvenuta online, in tempi rapidi mi hanno spedito a casa a mezzo posta la seconda metà di PIN, come faceva l’Anonima Sequestri con le orecchie nei suoi anni migliori.

Insieme i due PIN hanno costituito un terzo PIN, molto lungo, impossibile.  La spedizione a mezzo posta: sicuramente un’astuta mossa per depistare e confondere eventuali malintenzionati e per sconfiggere il Male, come in Quantum of Solace.

Il terzo PIN per fortuna poi si è trasformato in uno molto più breve, e nel mio caso anche facile da memorizzare.

Ora, fiduciosa, attendo la disponibilità del quarto PIN, quello cosiddetto dispositivo. Uno solo, e poterci fare da subito tutto quello che ha a che fare con l’amministrazione pubblica, era chiedere troppo. 

Il PIN Dispositivo é quello che serve per accedere alla propria dichiarazione dei redditi online, io la chiamo ancora così, e decidere il fortunato che si becca il mio otto e due per mille, nel mio caso. Oppure, per chi usufruisce di detrazioni a diverso titolo, può fare tutto qui e aggiungere togliere mettere come deve e come può. 

Se sbaglia, però, sono cavoli suoi, e io NON vorrei avere MAI niente a che fare con la nostra Agenzia delle Entrate. Ero pronta a spendere  volentieri altri cinquanta euri al patronato ACLI se solo avessi potuto/dovuto apportare alla dichiarazione precompilata quel genere di modifiche.

Il codice dispositivo, si badi bene, e lo voglio solo per potere decidere a chi dare un’infinitesimale parte dei miei pochi soldi, sarà rilasciato solo dopo aver compilato apposito modulo scaricabile online, opportunamente controfirmato e datato. 

Allo stesso deve essere allegata fotocopia leggibile fronte e retro di documento di identità, a scelta tra passaporto, C.I. o patente. Proprio perché deve essere controfirmato questo modulo non può essere compilato online, e firmato magari con un’avveniristica casella di posta elettronica certificata, che non siamo sul set di James Bond, e l’abbiamo già detto.

Cioè in Italia entrano tutti (e no, non sono affatto leghista o salviniana, nemmeno da lontano), ma a me che sono nata qui, voto qui, e vivo qui da una carrettata di anni, a me che ho codice fiscale, carta d’identità, tessere vari dei servizi etc etc, ancora fai il terzo grado. Eppure ho sempre pagato tutto ed in tempo utile, se no scriverei a pancia vuota da sotto un ponte.

Il tutto, modulo e contestualmente doc. identificativo, può essere comodamente allegato alla richiesta online, ma deve essere un unico file e solo in formato av. o rar., o forse poi anche zippato. 

Diversamente può essere trasmesso via fax, o consegnato a mano in una delle numerosissime sedi dell’ INPS disseminate sul territorio nazionale, tutte  di facile accesso, e dove il personale addetto sarà in grado di indirizzarci subito e convenientemente all’opportuno ufficio di competenza senza farci richiedere un pomeriggio di permesso.

Ho scelto la vecchia strada, quella del fax, perché lo scanner stampante ce l’ho, ma non lo uso da due anni e non dialoga con Ipad, mio principale mezzo di interazione con il mondo. Colpa mia, perché in effetti sarebbe utilissimo poterlo utilizzare. 

Soprattutto in un paese dove la diffusione di internet é capillare e superveloce, come per la sottoscritta che paga ad Infostrada tot. al mese per essere perseguitata telefonicamente ogni giorno e per potere disporre, quando va bene se va bene, sí e no di un terzo della velocità contrattualmente garantita. Nella mia stessa via, quindici  case esagerando, a una decina di civici da casa mia, c’è una loro centrale.  Un paese dove la moderna tecnologia  é diffusissima in tutte le fasce d’età e e di reddito della popolazione e dove, oramai, per poter guardarmi in pace su YouTube un video di 10 minuti caricato a Voghera devo calcolare almeno un rallentamento o un fermo.

Ma io fiduciosa attendo, anche perché non ho altra scelta, e piuttosto di lasciare altri cinque cents allo stato italiano mi farei suora.

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Del viaggiare leggeri

Viaggiare leggera sí, ma solo con le cose che mi stanno nella testa, che comunque per me è già un grande successo, una conquista degli ultimi anni.

Per le cose che stanno in casa, ancora tante, troppe, mi sono accorta di avere comprato a distanza di pochi mesi – inizio autunno 2014, e poi ancora sabato scorso – esattamente la stessa camicia.

Non lo stesso concetto di camicia, che ne so, bianca, a maniche lunghe, di cotone e magari con vistose o impercettibili variazioni e declinazioni sullo stesso tema, e perciò di fatto diversa, pur essendo camicia bianca in cotone e a manica lunga. No, proprio la stessa identica camicia, nello stesso negozio. 

Nel frattempo però avevo fatto la tessera fedeltà e la seconda l’ho avuta scontata di due euro scarsi. Si, perché io registro da anni tutte le mie spese, anche il cono gelato da due euro mentre passeggio. Prima in cartaceo, dal Gennaio 2013 su file Excel da me appositamente creato. So per esempio di avere speso in vestiti, scarpe, accessori, da inizio anno e sino al 31 maggio, 516 euri. 

Ignoro se siano pochi o se siano tanti su media nazionale, ma sono in media con i miei anni precedenti. Non ho mai chiesto ad amiche se avessero mai fatto un calcolo simile e sarebbe curioso ed interessante sapere. Ma credo sia anche tutto relativo, la disponibilità di soldi, quali sono le priorità nella vita, gli impegni etc etc. La mia ex cognata con quella cifra si sarebbe forse fatta un paio di scarpe, disposta a mangiare solo lenticchie per tre mesi pur di averle. Io lo farei forse-forse solo una volta nella vita, certamente non adesso, probabilmente anche mai.

Comunque … dopo la sorpresa e l’amarezza nello scoprire di essere così disorganizzata, sprecona e svampita, per prima cosa ho voluto controllare se fossero anche della stessa taglia, ma della prima avevo già sforbiciato tutte le etichette.  Ma direi di sí, confrontandole mentre stavano per finire in lavatrice, direi anche stessa taglia: non posso nemmeno riportarla indietro, perché l’avevo già indossata e lavata quando mi sono accorta del doppione. 

Non che non sapessi di avere già delle camicie di jeans: la prima in denim scuro e piuttosto pesante la ricordo assai bene perché ce l’ho da una dozzina di anni buoni, che in genere non amo e non compro cose usa e getta. Poi sapevo di averne una seconda, credevo di peso medio e assai delavé, cosí ne desideravo una molto leggera per l’estate, in chambray, che è un tessuto molto fresco e portabile con il caldo. Perché, se non si è capito, mi piacciono un sacco le camicie in jeans, forse anche più dei pantaloni.

Credevo sbagliato: la cesta del bucato, quella carogna, ha rivelato che la seconda non era più quella di peso medio e assai delave’. Quella era stata molto usata in passato e poi era finita in discarica, ma me ne sono ricordata troppo tardi. La seconda era già, da mesi, quella in chambray, e devo averla indossata per l’ultima volta solo poche settimane fa.

Così ora possiedo due identiche camicie jeans in chambray di cotone, stessa marca, stesso taglio, stessi dettagli, identico il grado di scoloritura e di finta usura. Mi consolo con il fatto che le mie scelte siano sempre coerenti e il mio stile, inimitabile :-), non cambi mai e non segua troppo le mode del momento.

La morale: dopo il primo luglio questa casa verrá rivoltata da cima a fondo come un calzino: non penso potrà mai diventerà un laboratorio del minimalismo chic o un virtuoso esempio di decluttering da additare al mondo. Resterà sempre un po’ tamarra e di tante cose non riuscirò  mai a liberarmi anche perché per ora l’ultimo mio problema è la mancanza di spazio fisico ma, onestamente, qui dentro gira troppa fuffa.

Una nota di particolare disonore alla gestione pressapochista del mio guardaroba che, evidentemente, necessita di migliore organizzazione, e magari (lo sogno da anni) di una schedatura mappatura del presente / disponibile, con foto. Tutto in una bella app. Perché se è vero che una cavolata così non l’avevo mai fatta manco io, di inutili facsimile o repliche di capi di abbigliamento ne ho accumulati diversi, e sempre perché non so mai cosa esattamente ho nell’armadio, e nella scarpiera. E in frigorifero, o negli armadietti della cucina.

Anche la dispensa infatti necessita di più accurata ed oculata organizzazione, ma almeno in cucina va a periodi. 

Menzione di merito, invece, per la gestione impeccabile della libreria/biblioteca, un lavoro che l’anno scorso mi ha portato via tre giorni interi, tre giorni da mattina a sera a cavallo del ponte del primo maggio, e facilitata dal fatto che non compro più libri cartacei che non siano manuali o grammatiche di lingua.Lo dico per stimolarmi e automotivarmi e perché so quanto è bello cercare una cosa e sapere dove è, e magari trovarla, ma quando serve, non picchiarci il naso per caso.

Poi: non credo affatto che l’attività di semplificazione dei pensieri e delle cose che voglio portare nella testa e nel cuore nel mio viaggio terreno d’ora in avanti sia del tutto scollegata dalla necessità, o desiderio, di liberarsi delle cose materiali inutili, superflue, specialmente se non hanno alcun valore sentimentale o di ricordo. Perché per queste ultime, sigh, io ho ancora il cuore di panna. No, non lo credo proprio: magari non in parallelismo perfetto, ma viaggiano di pari passo.

Anche se sarà una fatica immane, immagino poi con questo caldo, e ci saranno un sacco di viaggi da fare in direzione della discarica, o verso le campane che raccolgono indumenti, é una cosa che non vedo l’ora di cominciare a fare, per sentirmi in tutto più leggera, veloce, pronta a cambiamenti anche più strutturali.

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Minime variazioni

Fino a pochi anni fa per ogni stagione mi sceglievo una canzone che sarebbe diventata la mia canzone per quel periodo, non necessariamente cose che ritenessi dei capolavori. In genere semplicemente qualcosa di molto orecchiabile e con un ritornello da scimmiottare. Tendenzialmente molto più per l’estate che per l’inverno, e forse per l’inverno ho lasciato parecchi buchi, che l’inverno non è una stagione che mi faccia venire molta voglia di canticchiare.

Dall’inverno 2013 ho smesso con quest’abitudine, che poi non era un’ abitudine, ma una specie di ingenuo e inconsapevole rito antropologico di carattere propiziatorio, ed ho smesso perché faccio sempre più fatica ad amare nuovi autori, nuovi pezzi, nuovi generi. Non che l’abbia deciso o pianificato a tavolino. Così l’ultima mia canzone, autunno inverno 2013, é stata 

Che poi forse doveva anche essere di qualche anno prima, ma io l’ho scoperta solo allora, e per un bel po’ non mi si é più scollata dai timpani. E che dire, quei suoni mi hanno mandata fuori di testa per tutti quei mesi, mi hanno accompagnata in un periodo in cui tutta la mia vita dipendeva da decisioni attese da anni e che non dovevo prendere io. Mesi in cui il mio migliore amico, e non sto affatto scherzando, é stato peloso e a quattro zampe. Così, quando per caso riascolto questo brano mi torna in mente anche lui, che sembrava capire tutto e sapere, e che di certo sa ricordare, visto che ci facciamo sempre e ancora le feste, quando passo a piedi davanti al suo cancello.

Venuto meno questo tipo di rituale e dato che la tendenza é sempre più rivolta alla semplificazione esistenziale ed alla ricerca di gratificazioni immediate, anche minime, per controbilanciare le asprezze quotidiane, mi sono rivolta altrove. Ad un settore che mi ha sempre dato grandi soddisfazioni, e continua a darmele: la cucina, mangiare, il cibo.

Non perché io sappia o mi piaccia cucinare, ma di certo mi piace mangiare, e cose anche poco elaborate e molto semplici riescono a farmi gioire del fatto di essere viva, tutto sommato.

Così, per certo, il piatto dell’estate 2015 sarà una mega-insalata servita in tinozza da bucato di 35 litri e così composta:

– cipolle rosse di Tropea, scoperte solo pochi mesi fa, come ho potuto vivere senza? Tagliate sottili sottili, e in cospicua quantità, perché in casa mia non ci sarà il pane, ma cipolle, sempre.

– carote novelle di Ispica, tagliate a fettine e non necessariamente sottilissime, che mi piace sentire quando fanno crunch – crunch. O anche carote e basta, via.

– avocado sempre e solo Hass, il più pregiato: buccia con sfumature tra il verde ed il color melanzana, si “spella” in un secondo. A pezzettoni

– pomodori cuore di bue o, al massimo, gli insalatari. Rigorosamente solo queste due varietà, quelli molto acquosi rovinano tutto, per carità.

– ci si può aggiungere insalata di vario tipo, colore, qualità, ma la cosa è facoltativa, anche senza insalata mi manda in visibilio e forse addirittura la preferisco 

– succo di lime, o di limone, olio extravergine d’oliva, pochissimo sale e/o gomasio, spolverata di semi di papavero 

Poi posso solo dire: è bianco, siciliano, gagliardo, di colore biondo paglierino, va servito fresco ma senza esagerare. C’è ovviamente un nome, una cantina, non è probabilmente roba da intenditori visto che costa sui cinque euri a bottiglia e non trentacinque, ma è assai più che dignitoso, e con l’insalata “2015” é la morte sua.

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Estate, a che punto siamo 

All’improvviso è scoppiato un caldone che fa friggere le cervella, e per carità non son certo io a lamentarmi, ma per i primi di giugno mi pare francamente eccessivo. Nella Grande Pianura si boccheggia, sono comparsi in quantità industriale braghini, canottiere, ciabatte, antizanzare e ventilatori, cioè il kit per la sopravvivenza.

L’estate a Vorkuta comincia, appunto, quando il primo pensionato nella sopracitata e invariabile uniforme ciabatta-braghini-canottiera quasi ti finisce sotto le ruote anteriori mentre percorre serenamente in contromano una stradina di paese, fischiettando, perché va a raccogliere la cicoria nei campi, beato lui. E del codice della strada se ne fa un baffo, lui.

Fondamentalmente non succede nulla di che, tranne al lavoro dove non smettono mai di inventarsene di ogni e dove ogni tot. mesi si registra un avvicendarsi di figuri pescati non si sa come, non si sa dove. Ma si lavora, eh, per lo più sempre i soliti soldati semplici, gli altri, in numero quasi triplo, organizzano mitings o lanciano report su report, che poi discutono, analizzano, commentano, non trovandosi mai d’accordo tra di loro sulla loro lettura/interpretazione, fosse anche una volta sola. Eppure sono numeri.

Dopodiché si scannano per un quarto d’ora, poi tutti a farsi un cafferino in allegria, non sia mai farsi venire il sangue cattivo. Se uno di loro manca per ferie o malattia ce se ne accorge non prima dell’inizio della seconda settimana, quando nel distributore degli snacks rimangono più Fiesta Ferrero o Kinder Delice del solito. O perché sul piano c’è più silenzio del solito, o più parcheggi liberi, cose così.

Comunque, se dovessi guardare alla mole di lavoro che ci ritroviamo e che nemmeno riusciamo a smaltire direi che l’Italia dovrebbe essere in pieno boom economico, svettare in testa alle classifiche del PIL mondiale:  Moody e Standard & Poor dovrebbero genuflettersi ai nostri piedi, chiederci scusa per tutte le tirate d’orecchie e i downgrade del passato, citarci ad esempio e modello di impetuosa crescita, contagioso sviluppo, altro che gli anni ’60.

Poi, come quei fulmini a cielo tipicamente estivi, come colpita da una folgore, ho d’un tratto capito che nella mia vita , fondamentalmente, ho commesso solo due sbagli, purtroppo di livello AAA+++, e che hanno prodotto conseguenze gigantesche e disastrose per me. Due cose molto terra-terra, nessun volo pindarico, nessun sentimentalismo, nessun capriccio, nessun cuoricino infranto che batte, quello l’abbiamo già sistemato. Si parla di scelte lavorative, ovvero di dove ho deciso di fermarmi e investire le mie energie, ed altre di natura economico finanziaria, essendomi ingenuamente purtroppo fidata di persone a me vicine.

In entrambi i casi non posso dire non mi avessero messo in guardia:  una sola persona in realtà, una persona lucidissima e spietata nel valutare ogni situazione, una persona non malata di quell’ottimismo drogato fintamente liberatorio e che tutto assolve, purtroppo facendo tanti più danni del disfattismo a tutti i costi, portando all’inazione. Anche se quella persona lí io da mo’ la chiamo la Merda Umana.

Quell’ottimismo che è un’arma letale in mano a persone non sincere e che non vogliono realmente il tuo bene ma solamente chiuderti la bocca, che non hanno tempo e voglia di ascoltare i tuoi dubbi e le tue paure, però sono bravissime a raccontare favole e a portarsi via e a godersi solo il lato leggero e gioioso che anche il più meschino derelitto nasconde dentro di se, perciò anche io. Ma allora non ho voluto né vedere né sentire, e/o pensavo ad altro, ed eccomi qui. 

Da quando ho avuto questa rivelazione vivo di tre centimetri cubici  più serena, e si riduce drasticamente il numero delle mie pendenze e porte aperte col passato. Sempre più le porte chiuse, finalmente, e il desiderio di guardare avanti. Perché questo mi  sembra chiaro, oramai, la direzione dove voglio andare, viaggiare con il solo bagaglio a mano, liberarmi del superfluo.

La seconda folgorazione, a distanza di una ventina di giorni  da un esame che dovrò fare e la cui preparazione si è ciucciata una bella fetta del mio tempo e delle mie energie da settembre in avanti, é che l’unica cosa che so è quella di non sapere niente. Ma sul serio.

Quando dopo 4/5 anni di studio di una lingua ti ritrovi  ancora con dei dubbi e commetti degli errori anche per dire che ore sono, o per tradurre una data, capisci che se avessi investito il tuo tempo dedicandoti, ad esempio,  alle lingue neolatine allora potresti essere già a buon punto con spagnolo, francese, e portoghese messi assieme che, tra l’altro, sono tutte lingue di paesi che ti piacciono e dove non ti vedresti male. Tranne che forse a Bangui, ma anche su questo potrei ricredermi. 

Anche se, come raccontavo qualche sera fa ad una mia amica, quest’ultimo anno lavorativo mi ha a tal punto letteralmente devastata e fatta invecchiare di botto di quindici anni, che il massimo che riesco a immaginare é una casetta in legno a tremila km da Novosibirsk, di quelle con la stufa enorme al centro e uno spazio per i letti per stare al caldo anche a -50 celsius, e in dotazione un fucile a pallettoni per tener lontani i lupi e gli orsi quando vado al bugliolo o a spaccare la legna. Con una jeep scassata per andare in città, al cinema o dal parrucchiere qualche volta, però con un’ottima connessione internet, nella mia casetta di legno. E sarei a posto.

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italia

Credo ci sia solo un paese al mondo, ma sarei felice di essere smentita, nel quale le bollette del gas sono calcolate su un presunto consumo calcolato non si sa come.

Pur avendo intestato l’utenza a mio nome (alla non modica cifra di circa 80 euri, il contatore resta lo stesso, nessun intervento fisico, solo un giro di scartoffie da formalizzare in un ufficio dagli orari disumani) probabilmente i consumi vengano calcolati, e perciò da me pagati, sui consumi degli anni precedenti, quando in questa casa vivevano tre persone, non una.

Sono infatti circa il triplo dei consumi di quando vivevo in un’altra casa, facendo esattamente le stesse cose, con la stessa frequenza. Perciò pago il triplo della mia bolletta solita media.

La differenza,  se Dio vuole, viene riaccreditata ovvero dedotta nella bolletta successiva,  ma solo se invio ogni mese l’effettiva lettura del contatore, se no tutto in fanteria.

E no, nel giorno della Festa della Repubblica, a me  non viene da festeggiare proprio niente, tranne il fatto che si sta a casa.

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