Archivi del mese: agosto 2015

niente

Lo so che é culturalmente e socialmente inaccettabile, ed è questo l’unico vero e grosso tabù della società occidentale contemporanea, insormontabile, il che fa di me una derelitta asociale senza speranze, una lavativa, una senza Dio e senza midollo, una paria.

Ma mi si lasci dire che stare a casa a non fare niente se non a trastullarsi in attività gradite e rilassanti come niente, dormire, prepararsi semplici ma succulenti pranzetti, niente, ridipingere cassettame e scatolame Ikea in ex legno grezzo ora un po’ frusto e abbruttito dal tempo, mangiare e bere vino bianco con piacere, occuparsi di giardino, niente, ricercare quali sementi piantine piantare per il fine estate/autunno, diserbare ed estirpare erbacce, prendere il sole con moderazione, niente, cazzeggiare in internet, pianificare e per una volta effettuare alla lettera oculate spese alimentari, pulire e mettere in ordine gli armadietti della cucina, ridipingere l’interno della porta del bagno, niente, annaffiare i fiori la sera tardi quando è calato il sole, ascolticchiare musica ma non troppo a lungo con Spotify gratis, leggiucchiare in attesa che a settembre si rendano disponibili i pezzi forti ordinati in mediateca, svolgere moderata attività fisica da novantacinquenne semi-convalescente, niente, riorganizzare (per ora solo mentalmente) il guardaroba pianificando nuovi impressionanti e mai sperimentati outfit autunnali di inosata audacia, scoprire su YouTube delle perle di indubbio spessore e profondità come The biggest loser dell’americana NBC e Buccia di banana della nostrana La7 e succhiarsene avidamente un bel po’ di puntate, visitare e frequentare pochi selezionati amici a due e quattro zampe, niente, rimuginare per delle mezz’ore intere su che cosa vorrei mangiare per cena, lavare tutte le tende e scoprire che se si appendono subito manco si devono stirare, dopodiché niente, fare brevi ma frequenti docce rinvigorenti e poi profumare di miele e vaniglia, spalmarsi il corpo di lussuriosi e nutrienti unguenti e preziosi oli vegetali come prima di finire in padella, e poi ancora niente, é una figata pazzesca e sarò sempre grata all’estate 2015 per questo sole, per l’energia che mi da compresi i tanti niente, e per questi giorni di serenità e pace vera.

Devo anche aggiungere, e lo faccio a posteriori, che l’unico rimpianto che ho é di non avere preso della vernice semilucida per la facciata interna della porta del bagno, anziché opaca. E dire che avevo molto ponderato la scelta.

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Parità dei sessi

Io crederò alla parità dei sessi quando di sabato pomeriggio al reparto smalto e vernici di un qualsiasi Bricocenter, Obi, Leroy Merlin o simili di questa galassia incontrerò almeno un 40% di donne.

Non vale come accompagnatrici.

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Non è l’Italia è un paese oramai quasi senza speranza?  

  
  
Puah.

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Case che mi piacciono – segue, e note per WordPress 

Della serie WordPress puoi migliorare: era un po’ di tempo che non caricavo tante foto in uno stesso post, vedo che è rimasta la stessa fatica e a volte è come combattere contro i mulini a vento.

Avrei tanto voluto aggiungere altri commenti didascalie alle foto pubblicate, ma se aggiungo di qua, mi si leva da un’altra parte, un delirio. Ci rinuncio.

Un terno al lotto anche inserire del testo tra una fotografia e l’altra. Qualche volta mi riesce, altre no.

Comunque …

Dopo la pubblicazione di una rosa di case rurali del sud della Francia anche avrei voluto per par condicio proseguire con questa meraviglia qua sotto che sta su un’isola delle Baleari, non ricordo se Maiorca o Minorca. Da Architectural Digest.

  Per non fare un torto ai Greci altri esempi di perfezione mediterranea. Semplicità sempre. L’accoppiata bianco e azzurro è sempre vincente nella luce del Sud Europa.

  

Ma siccome qui non ci facciamo mancare niente altri esempi di bellezza architettonica allo stato puro perfettamente inseriti nell’ambiente circostante. Siamo in Scandinavia, che è un altro posto dove le case sanno come costruirle. 
Infatti l’ideale, il mio perlomeno, sarebbe ponzare per tre quattro mesi al nord, d’estate, e il resto dell’anno globe-trottando a sud.   

  

E per finire il sogno della Carrie Bradshaw che è in tutte noi, anche nella più convinta accanita globe trotter, ma a maggior ragione in tutte quelle anche forzatamente stanziali.

  

Però io dico no alla polvere. Chiudere: un’anta a specchio e ante di vetro scorrevoli. Se non è chiedere troppo.

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Cose che mi piacciono, case che mi piacciono

Di base invidio e ammiro i globe trotter che si portano tutto in una valigia da 23 kg e in un borsone a mano e poco più, li invidio per la loro libertà e la vita varia e densa di avvenimenti, di incontri casuali. 

In genere per loro la casa, il concetto di casa, non è una priorità, un concetto essenziale. Anche se sembra una contraddizione per me sì: io penso e parlo di case come faccio con il cibo.

Per globe trotter non intendo gente che è in giro ma poi si stabilisce per periodi più o meno lunghi in posti diversi per un lavoro più o meno stabile e per rifondare in quel posto un’esistenza di tipo stanziale, ma proprio a gente che sta a zonzo, vive alla jurnata e tira più o meno a campare, vivacchiando, a seconda delle possibilità. So di persone che vivono con il minimo indispensabile, di altre che vivono in modo più agiato. Gente che campa di lavoretti saltuari, di rendite, di risparmi, di affitti di case di proprietà, di magre o generose pensioni, zii in America, alimenti. La casistica é alquanto varia anche senza contemplare le rampolle Hilton o i Rockfeller.

Avendo perso il treno per potere rientrare nella prima categoria sognerei un giorno di poter almeno rientrare nella seconda, quella del carpe diem e dell’adesso qui, senza farsi troppe domande.

Se potessi fare la pensionata molto baby, o se disponessi sull’unghia di un capitale che mi permettesse di non lavorare fino alla meta agognata, capitale il cui ammontare minimo sto cercando ancora di stimare, farei immantinenti terzo dito alla mia multipaesana e sarei in giro per l’Europa a godermi la vita. Ci ho pensato molto al riguardo e so che non sto cialtronando. 

A me, aspirante matura globe trotter paneuropea, le case piacciono moltissimo. Suppongo di avere per loro la stessa fascinazione che hanno quasi geneticamente molti uomini anche insospettabili per auto e  motori.

Amo le belle case che trovo quando mi muovo ovunque vada, ultimamente nè spesso nè lontano, come quelle che stanno qui vicino, amo le case che si vedono sui giornali e riviste specializzate, o su selezionate bacheche di Pinterest. Sulla mia ad esempio 🙂 

Qui incollo religiosamente tutti gli esempi di bella e felice architettura e di un bel e felice abitare che trovo, e altro. E sì, sarebbe bello essere capace di mettere il link a Pinterest su questa pagina, ci fosse qualcuno che va in fissa per le stesse cose.

Se non fossi una che deve micragnare anche sulla scelta tra Netflix e Spotify (anche perché il mio sogno possa diventare realtà) un bell’abbonamento a Ville e Casali o a Architectural Digest non me lo leverebbe nessuno, anche se poi avrei sempre un filo di bava alla bocca.

Non si creda che io di architettura ne sappia qualcosa. Non ho alcuna cultura al riguardo tranne i rimasugli di scarne nozioni di storia dell’arte fino al Bauhaus, ma sulle tendenze contemporanee, ispirazioni, concezioni etc etc  é il vuoto pneumatico. Conosco i nomi delle più famose archi-star mondiali, punto.

Per questo mi posso avvicinare all’architettura con l’animo candido e sgombro da pregiudizi di un infante di tre anni, e giuro che l’ignoranza non mi impedisce di godere del piacere che si prova quando si vede qualcosa di bello, tantomeno di sproloquiare a vanvera. E non conta nemmeno la vil pecunia, ovvero la reale possibilità di avercele quelle case, o di viverci, perché comunque sia il massimo che potrei permettermi in questo momento é  

 I miei gusti e preferenze definitisi e assestatisi nel corso degli anni oscillano in modo schizofrenico tra due filoni decisamente agli antipodi tra di loro, o in una loro mediazione e conciliazione che include anche una valutazione degli interni.

Per me la formula del successo è semplice: razionalità, ma con calore e un po’ di colore, e tanta luce. 

Per gli esterni: 1)  o 2) si veda più avanti. Tutto il resto, a parte i Sassi di Matera, per me non dovrebbe esistere, compreso casa mia 🙂

Per gli interni:  tutto troppo moderno no, tutto vecchio, antico o vintage no. Su una base d’arredo prevalentemente moderna vorrei pennellate di vecchiume, leggermente più decise quanto più l’edificio sia moderno e di nuova generazione, cioè tanto sterile e freddino. 

Non prevedo invece una base d’arredo prevalentemente vecchia o antica perché la trovo estremamente pesante: stranamente non la pensavo così quando ero più giovane. Però cimeli di famiglia o pezzi veramente belli e “caldi” sì, anche tocchi di vintage. Tocchi, nemmeno pennellate.

Felici esempi di riuscito connubio dentro/fuori tra moderno e antico, tra caldo e freddo, yin e gang 

 

* sedie in plexiglas però no

  

chiaro, luminoso, riposante

  

quelle vetrate wow, ma metterei un divano piú caldo

  

* senza il tappeto Pan di Stelle, ma tutta quella luce anche dal tetto, wow

  

pesce sempre fresco? 🙂

  
Conoscendo abbastanza bene  il catalogo Ikea mi sembra di identificare qua sopra sullo sfondo l’isola da cucina, ma appoggiata a muro, della mitica collezione o serie Stenstorp. Una delle più riuscite per la cucina. Se non è lei é un perfetto dupe.

Meravigliosa, ce l’ha un mio amico. 349 euri e via il dolore. 

Non solo perché sono animalista ma leverei le pelli di ovino, anche fossero finte, e sostituirei con cuscini in fantasia colorata o in tinta neutra come ecru o kaki.

    
    
 
Tornando agli esterni:

1) Filone minimal-razionalista di ultimissima generazione che mi ricorda tanto Bauhaus (sarà poi vero? Boh) e che a differenza di altri mi sembra si sia imposto e spalmato in modo abbastanza ubiquo nel mondo “occidentale”, e che con il solito ritardo di 5/10 anni é spuntato anche in Italia. 

Caratterizzato da rigore, essenzialita, sobrietà, da forme e volumi molto lineari, squadrati. Molto spesso non esiste un unico grande corpo centrale ma ci sono dei “blocchi”, cubi o parallelepipedi,  che paiono incastrati l’uno nell’altro, o sovrapposti. I colori dominanti sono il bianco o il grigio della pietra e del cemento, spesso con delle parti e rifiniture in legno, ma il legno non è mai dominante. 

La caratteristica che apprezzo maggiormente in questo tipo di case e assolutamente non riscontrabili in altre é la superficie molto ampia riservata alle finestre, a lucernari sul tetto: non di rado c’è addirittura più vetro che cemento o pietra. La cosa che invece a volte mi lascia un po’ perplessa è la loro bellezza eccessivamente algida, l’eccesso di rigore, la mancanza di quel calore che rende “home” una “house”.

Come queste qua sotto.

  
  

2) Il secondo filone è quello della classica casa d’epoca, ristrutturata ma solo per questioni di comfort, sicurezza, efficienza energetica, e che conserva ancora la sua anima ed essenza. 

Dal numero impressionante di Pin che ho in bacheca su questo genere di abitazioni ho capito in questo esatto momento che forse, se proprio dovessi scegliere, istintivamente mi orienterei più su questo trend, sia nella versione rustica-casereccia-campagnola che su quella cittadina da cosiddetto borgo storico o quartiere residenziale d’antan.

Per quanto riguarda la casa vecchiotta di campagna ci sono poche cose al mondo che mi senta di paragonare all’eleganza composta e senza tempo di quelle che si trovano in aerea mediterranea, quindi non solo Italia ma Francia, Spagna, Grecia. Non è solo o tanto il paesaggio, che l’aspro ed il brullo se c’è il mare mi piacciono, sono i colori della pietra, le persiane, il calore che emanano, sono vive.

Con una preferenza più volte già espressa anche qui nel blog per tutto ciò che è del sud della Francia, e cioè tanti fiori e tanti colori, ma proprio un’ammucchiata, una cascata di verde e di tinte senza alcun senso e alcuna logica.

Come qui sotto

   
   
   
 

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S o N?

Un dubbio amletico: dovendo scegliere meglio Netflix o Spotify?

Mumble mumble

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20/8/2015

Questo piccolo blogghe per palati fini si avvia a salutare la fine della terza estate dalla data della sua creazione, quindi sono certerrima di avere già toccato e sviscerato ampiamente la questione vista la mia autodiagnosticata meteoropatia. Che poi non é nessunissima questione ma un dato di fatto.

Per me non esiste periodo dell’anno migliore della fase che, perlomeno in quel di Vorkuta, si apre già qualche giorno dopo Ferragosto.

Se è stata una buona estate, e questa meteorologicamente parlando – per Dio – finalmente lo è stata, la regola vuole che dopo il ponte ferragostano ci sia qualche giorno di pioggia con un abbassamento delle temperature, per poi ritornare al bello. 

Ma non al solito bello estivo che qui nella Grande Pianura fa sudare come un mantice senza mai concedere tregua, nemmeno di notte: un bello ancora più bello, l’apoteosi del bello, ovvero un sole che scalda senza bruciare e senza togliere le forze, una luce che illumina senza accecare. É il Codazzo dell’estate.

Io amo alla follia il Codazzo dell’estate e, anche se preclude al lungo inverno siberiano che negli ultimi anni mi porta sempre la morte nel cuore, davvero non esistono giorni e settimane migliori di questi. 

Quando mi piaceva fotografare, in quell’altro secolo, questa era il periodo dell’anno che mi ispirava maggiormente. 

Una luce come questa, specie nelle ore pomeridiane di una giornata molto serena come oggi 20 Agosto, può spaccare il cuore da quanto è dolce e struggente. Riesce persino ad ingentilire ed abbellire gli sgorbi e le follie edilizio-architettoniche Padane, a far sembrare meno squallido e grigio tutto questo cemento.

Oggi il Codazzo inizia il suo cammino, l’ho capito rientrando a casa ed osservando le ombre e i colori del giardino. 

Svaccata sul divano di casa mi accorgo che il sole si nasconde dietro il tetto della casa della vicina prima di quanto non facesse solo pochi giorni fa. É la vita.

Ogni anno** vorrei fermare il tempo e inchiodare il Codazzo, non farlo scivolare via. Spero sempre che si protragga, e a volte succede, almeno fino a metá ottobre, fino al giorno in cui l’ultimo scampolo di questa luce a 24 carati gira l’angolo e scompare.

É anche il periodo dei bilanci per un gran numero di persone, ma oggi non ne ho voglia, é ancora presto. 

E poi devo scartare e mettere sotto carica il multiattrezzo appena comprato alla Lidl trapano-avvitatore-levigatrice, che devo provarlo nei prossimi giorni. 

Gli ho fatto il filo per quasi un mese, compro-non compro, compro-non compro, che non spendo più nemmeno un centesimo con leggerezza io, ma mi ero detta che se oggi l’avessi trovato allora l’avrei preso. Ho dei grandi progetti in mente.

Mi sto lentamente trasformando in un magut e se non fosse per il mal di schiena penserei seriamente di riscrivere il cv e di riciclarmi sul mercato. Non ho dubbi che sarei più felice.

Se riesco ad evitare inutili spargimenti di sangue magari nei prossimi giorni seguirà anche una recensione. 

Nell’estate del 2012 recensivo alla buona fondotinta, struccanti e contorno occhi.  Beh, anche questa è la vita.

** l’anno scorso non fa testo in quanto nemmeno la memoria del più longevo padano vivente ricorda un’estate più fredda e piovosa di quella del 2014.

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Great expectations

E così a metà settembre dovrei avere la prima lezione prova e gratuita di yoga, vicino a casa e senza troppi sbattimenti di macchina e parcheggi, a un prezzo equo e solidale, in giorni ed orari consoni. Facile come bere un bicchiere d’acqua, bastava cercare.

L’unica perplessità che ho é che il posto sembra piccolissimo, e dalle mie sbiadite memorie di yogi di un ventennio fa lo spazio é una questione abbastanza determinante quando si fanno le diverse asana. Per non trovarsi, tipo, con un piede altrui in bocca, o per non far cadere come birilli la gente quando si solleva una gamba.

Per me lo è spesso una questione di spazi, mi sento sempre molto a disagio in spazi ridotti e compressi dove la presenza della gente risulta essere giocoforza di tipo invasivo. Tipo in Italia pianura Padana che è piena zeppa di gente 🙂 mentre io sognerei la densità di abitanti per chilometro quadrato della Siberia.

Se così fosse, troppo un buco, cercherei altrove, in un altro posto che ho già individuato e più vicino a dove lavoro, ma quella rimane la mia prima scelta.

Non so perché ma nutro molte aspettative dall’inizio di questo nuovo percorso: nuovo, perché un anno di pratica nell’ultimo decennio del secolo scorso mi ha lasciata una totale neofita. E mi rendo conto che nutrire (ancora) delle aspettative per me sia già in se un evento eccezionale, da stappare la bottiglia buona, per cui spero di non demoralizzarmi troppo presto se non mi fletterò subito al vento come un giunco, e di non incorrere in delusioni e scornate tipicamente arietine.

Non so bene cosa mi aspetto dalla yoga, domanda che mi é stata posta da una quasi istruttrice e praticante da oltre trent’anni solo qualche settimana fa, e che mi ha lasciata spiazzata. Come se potesse cambiarti la vita, uguale uguale a trasferirsi domani in Canada o entrare come novizia in un convento delle Carmelitane Scalze.

Mi aspetto, grosso modo, un miglioramento della mia condizione fisica con particolare riguardo all’oramai annoso problema del mal di schiena e della rigidità muscolare, il recupero o conquista di maggiore flessibilità ed elasticità, nonché il raggiungimento di una corretta postura. Il tutto essenzialmente per la mia salute, deambulazione, e libertà di movimento, ma perché no, anche a fini estetici.

 Già questo sarebbe paradiso, ma é a portata di mano, reale, già sperimentato in passato con la pratica costante  di determinate attività fisiche. 

Sul resto invece, cioè sulle tanto decantate virtù terapeutiche della yoga anche in ambito psicologico, riduzione e controllo dell’ansia, irritabilità, nervosismo, aggressività, acquisizione di maggiore sicurezza, forza di volontà etc etc,  un grande Boh. 

Riguardo a benefici e ripercussioni su sfere della vita che non siano il semplice benessere che deriva da un corpo allenato e tonico sono più scettica, ma nemmeno chiusa o ostile, diciamo abbastanza aperta, possibilista.

In questa branchia yoga che mi sono scelta mi sembra di aver capito che gli sforzi siano concentrati più sul lavoro del corpo che su quello della mente, perlomeno in apparenza. Non credo in verità esista yoga che non contempli anche un coinvolgimento della mente.

Ho parecchio timore nei confronti di meditazione e cose affini perché non ho mai capito come, e forse mai nemmeno creduto, che una persona riesca a svuotare del tutto la zucca senza soffermare il proprio pensiero sul Niente, se non quando si dorme. Ho paura che nei momenti topici mi possa venire da ridere, di non crederci abbastanza in questa cosa.

Eppure sono sempre più attratta da dimensioni impalpabili ed eteree che provengono da culture che in passato mi hanno sempre affascinato ed interessata poco, che strano. 

Sono molto eccitata, nel senso anglosassone di excited.

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Decluttering, problema

Nella mia inarrestabile ed implacabile operazione di decluttering agostano, che forse è meglio definire alla vecchia “sgombero” vista l’entità e vastità dell’operazione in corso, mi sono imbattuta in un problema che trascino da troppo tempo. 

Una questione che se avessi prontamente affrontato una decina, o forse anche quindicina d’anni fa, non sarebbe diventata un problema ma che io ho sempre continuato a posporre rimandare, pessima abitudine che non porta mai a niente di buono.

Gira che ti rigira sono infatti arrivata = ritornata agli scatoloni, ancora sigillati dal mio trasloco di un anno e mezzo fa, contenenti una montagna di videocassette, altrimenti dette VHS. Se allora, e parlo di almeno dieci anni, fa se non quindici, le avessi prontamente riversate su supporto digitale adesso non occuperebbero che il fondo di una scatola da scarpe, e io potrei ancora godere della loro visione.

Ora che non posseggo più, e nessuno al mondo possiede più lettori VHS, tecnologia da tempo vetusta e superata,  e nemmeno quegli apparecchi che andavano nell’interregno e che consentivano la copia in digitale, mi chiedo con che cuore saró costretta a portare in discarica anche la filmografia completa (fino a oltre metà anni 90) di Woody Allen. 

Piú, naturalmente, decine e decine di altre videocassette di film diligentemente copiati, raccolti e/o acquistati nel corso di una decina d’anni buoni, film a cui sono sentimentalmente molto attaccata e che rivedrei volentieri in ogni momento, ma che da tempo occupano solo una montagna di spazio senza che riesca a farne alcun uso.

Con che cuore, stupidissima me.

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Sgombero decluttering, day 6th, una cosa l’ho capita 

Morta, sfinita. Oggi pomeriggio libero e/o riposo. Non ho ancora finito con i giri alla discarica, e ne mancano ancora parecchi. 

Ma quanta roba inutile si riesce ad accumulare in una vita, in un’esistenza del tutto normale e ordinaria? E quanta ne serve realmente per vivere senza farsi mancare niente e non certo nel lusso?  Esiste una risposta a questa domanda?

Quanti vestiti, quante paia di scarpe, quanti libri, quanti oggetti personali, quanti elettrodomestici, quanti accessori per la cucina, quanti vasi per i fiori, quadri, stampe, alzatine per la frutta, ricordini dell’isola d’Elba, dei mercatini moscoviti, ceramiche, lampade e piattini del bric a brac parigino, londinese, praghese? Quanti boccettini, unguenti, creme e cremine? Non riesco ancora a trovare la misura giusta. 

Intanto una cosa sulle case però l’ho capita. 

Se mai un giorno riuscirò ad avere una casa come la voglio io, e questo è un sogno che forse non sento nemmeno più così mio, sarà / sarebbe fondamentale che avesse un sacco di armadi, possibilmente a muro. Bianchi o panna, ovviamente, liscissimi, senza fronzoli e arzigogoli, perfettamente mimetizzati nelle pareti. Bianche o panna.

Perché quella moda molto Ikea del “tutto a vista”, siano esse borse, vestiti, cappelliere, bigiotteria, scarpe, giocattoli, scatole di Risiko e Monopoli, canne da pesca con retini, provviste e cose da cucina, rotoli di carta igienica con pile di asciugamani é, e mi dispiace assai dirlo perché io amo l’Ikea come la mamma, una grande  s t r o n z a t a.

Io in una casa ho capito che voglio vedere in giro solo pochissime cose, che non vuol dire non avercele e vivere come un monaco trappista. 

Ho capito che la vista di troppa “roba” mi disturba e appesantisce notevolmente lo sguardo d’insieme, e lo sguardo d’insieme deve fluire leggero senza soffermarsi su nulla e produrre sensazioni di  1) leggerezza 2) armonia 3) ordine 4) luce.

Ho anche capito, essendo stata fino a poco tempo fa una seguace di questa scuola di pensiero del “tutto a vista” che per carità, fa molto vissuto e ggiovane, che se per pulire devo spostare “cose” avrò sempre zero voglia di pulire. Che già normalmente, ehm … ehm … saltami addosso.

Così finirà che odierò quelle “cose”, anche se necessarie e sopravvissute a più tornate di decluttering, poi odierò me stessa e la mia inerzia per continuare a trovare scuse per rimandare le pulizie, poi comincerò a detestare la casa, qualunque essa sia, ovunque sarà nello spazio e nel tempo, siano essi risicatissimi 45 mq come 300 mq abbondanti. Finirà che “casa” diventerà sempre meno piacevole da vivere, poi sempre più disordinata quando a “cose” si aggiungeranno, tra la polvere, altre “cose” orfane di un loro vero spazio. 

E alla fine mi ritroverò in una tana di cani, ma nemmeno standoci bene. Infatti: vivendoci sempre con quella sgradevole sensazione di disagio e di incombenze, di “cose da fare” che in me aumenta solo disagio e nervosismo.

Per cui la regola é, per quanto purtroppo non perfettamente applicabile alla mia attuale dimora –> INQUATTARE TUTTO.

Inquattare tutto dietro robuste ante di capace armadio, ante preferibilmente non a vetro e scorrevoli, per non rubare altro spazio, per non lasciarci i gomiti o le ginocchia. Inquattare tutto chiaramente con un criterio, un senso logico, dove e in modo che sia facile e logico ritrovare tutto il necessario all’occorrenza. Ideale all’interno dell’armadio separare tutto con scatole, contenitori e separatori di cui mamma Ikea é assai prodiga.

Sicuramente non è questo il migliore dei modi possibile per trascorrere pochi risicati giorni di vacanza, comunque sempre molto meglio, infinitamente meglio, che andare a lavorare. Che andare a lavorare lá. 

Intanto la casa acquista spazio, luce, diventa più comoda e vivibile sembra ancora più grande. E ci sto più volentieri, la vivo meglio, mi ricarica come quando metto il cellulare sotto batteria.

Avrei voluto e dovuto essere al mare io, o in qualche cittadina o città mai vista, come Lubiana, sulla quale ero disposta a “ripiegare” e per la quale avevo anche trovato finalmente un passaggio con Blablacar, mentre a Sarajevo nessuno ci andava direttamente: e di essere ammollata a duecento kilometri da Sarajevo per poi arrivarci da sola con altri mezzi no grazie. 

Non sono poi, purtroppo, così avventurosa, ma ammiro molto quelle donne intrepide che vanno dappertutto per il mondo anche senza Valtur e senza fare un plissé. E invidio profondamente nel cuore quelli che tutta casa se la portano in una valigia. Forse anch’io un giorno, adesso ancora non saprei da che parte cominciare.

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