Archivi del mese: agosto 2014

Saudade

É quella cosa che mi prende sempre, da che ne ho memoria, verso la fine di agosto, la fine dell’estate, e non posso farci niente.
Non provo nemmeno a combatterla perché non è una cosa brutta: non è tristezza, più malinconia, e nostalgia, ma di cosa bene non lo so, come un languore diffuso, uno struggimento.

É nostalgia di posti dove sono stata e dove non tornerò mai più, e di quelli che ho solamente sognato e che probabilmente non vedrò mai.
É nostalgia di tutte le vite che non ho vissuto perché ad un certo punto, giuste o sbagliate che siano, uno deve fare delle scelte, ma resta sempre la curiosità ed il bisogno di chiedersi cosa ci sarebbe stato dietro quelle porte.
É l’odore delle case dove ho abitato, i ricordi di quando ero piccola, i volti di persone con le quali ho fatto pezzi di strada, fotografie sbiadite di vacanze lontane nello spazio e nel tempo, emozioni dimenticate, ma anche amarezza e delusioni, e tutte le domande per le quali non avrò mai una risposta.

Succede sempre all’improvviso, in una giornata di sole, di luce dorata e cielo terso e sereno come quella di domenica.
Non potrebbe attecchire in alcun modo oggi, ad esempio, ne mancano le condizioni.
Conoscendomi potrebbe facilmente ripresentarsi a settembre, è il mese perfetto per la saudade.
Insomma, camminavo in quell’unico grande polmone verde di Vorkuta fatto di colline e belle case con giardini fioriti e alberi rigogliosi, ville e casali dove non mi potrei nemmeno sognare di abitare, e di campagna ordinata e curata, e mi sentivo così, contenta di essere viva, contenta di esserci, e di essere lì in quel momento.
Uno di quei rari momenti in cui tutto mi sembra perfetto e vorrei fermare l’attimo, consapevole di quanto tutto sia caduce, impermanente, e di quanto il tempo e gli anni passino sempre più velocemente.

Dunque la botta di saudade mi ha presa anche quest’anno, anche se l’estate qui è come se non ci fosse mai stata, come se non fosse proprio arrivata e oramai, tranne qualche fugace colpo di coda, non si torna più indietro. Questo sì, mi mette tristezza.
L’inverno è una stagione per persone solide e serie che hanno tutto sotto controllo, e soprattutto che sanno dove stanno andando, dopo averlo identificato.
Io riesco solo a vivere alla giornata, e detesto l’inverno, perlomeno l’inverno a Vorkuta.
Le giornate si stanno già visibilmente accorciando e il sole, quelle poche volte che fa capolino, è meno accecante e invadente, più dolce e meno aggressivo.
I più sono ritornati ai loro posti di combattimento, i pochi negozi che erano chiusi hanno riaperto i battenti, compaioni piumini e stivali, i supermercati sono invasi da articoli scolastici e di cancelleria varia, spuntano ovunque depliants e cartelloni pubblicitari che invitano e incitano all’impegno, palestre, corsi di ballo, di lingue, di teatro, cineforum.
Una miriade di attività destinate ad occupare il corpo e la mente, insieme o sparatamente, nel lungo e desolante inverno lombardoveneto.
Non voglio imbarcarmi in ambiziosi progetti di lungo corso probabilmente destinati al fallimento, visto lo stato liquido nel quale mi ritrovo, ma sento comunque il bisogno di cominciare qualcosa di nuovo, di stimolante, o magari di riprendere o approfondire hobbies del passato.
Insomma vorrei impormi un minimo di obbiettivi, realistici però, darmi un po’ di struttura.
Anche perchè quattro giorni di Multipaesana e sono già poltiglia.

Ho visto un bel film italiano in questo fine settimana, La mafia uccide sempre d’estate, me l’ero persa quest’inverno, e già allora avrei voluto vederlo.
Ho voglia, ad esempio, di tornare a frequentare cinema e vedere film su film come negli anni passati.
E dovrei occuparmi più spesso e meglio del mio corpo, che anche senza la bilancia vestiti stretti e rotolini cicciosi denunciano una certa noncuranza e sottovalutazione, o rimozione, del problema.
Non posso più vivere di rendita.

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Cosa resterà dell’estate 2014

La certezza che la faccenda dei cambiamenti climatici è una cosa seria, se ci fosse ancora qualche dubbioso, e per la cronaca fino a qualche stagione io ero una di loro, perché la quantità e l’intensità delle piogge che si sono riversate su Vorkuta Mumbai in questi ultimi due mesi è impressionante, e non ricordo assolutamente nulla di simile nel passato.
E i temporali, e il cielo perennemente grigio come il piombo come se si stesse avvicinando la fine del mondo, la grandine copiosa, chicchi grossi come noci, e dormire a ferragosto con la coperta di lana: no, non s’era mai visto.

Il numero impressionante di punture di zanzara che mi sono beccata, ogni gamba dal ginocchio in giù ne vanta almeno una dozzina, non so perché proprio le gambe, preferibilmente in area caviglie / collo del piede e polpaccio zona laterale posteriore.
Non mi accorgo nemmeno quando pungono, ad un certo punto comincio a grattarmi come un’indemoniata fino a farmi uscire il sangue, impossibile resistere perché il prurito è fortissimo.
Poi mi restano per settimane degli orribili ponfi rossi e relative cicatrici alle quali cerco di porre rimedio con l’utilizzo di una crema alla calendula.
Credo che l’aumento delle punture sia una diretta conseguenza delle piogge cadute in quantità anomala, e perciò dell’acqua stagnante, dei terreni ridotti a palude Stigia, sia in giro sia in giardino.

La seconda certezza è che non avevo mai visto una città così piena a ferragosto e dintorni, sarà che finalmente abbiamo imparato a scaglionare le vacanze, sarà che un sacco di gente, compresa la sottoscritta, non s’è mossa da qui in attesa delle sorpresine e le stangate di settembre.
Le quali, più volte smentite, arriveranno inesorabili, come la riapertura delle scuole con conseguente aumento del traffico, come la vendemmia e le sagre dell’uva, i primi stivali e i primi maglioni.

Qualche lettura svogliata ed evidentemente non particolarmente interessante visto che non ha lasciato tracce ne ricordi ne emozioni.
Fino ad ora perlomeno.

La casuale scoperta o riscoperta, su Youtube, in uno di quei giorni di pioggia a secchiate in cui era impossibile anche solo azzardare un passo fuori, di una serie televisiva americana degli anni ottanta, the golden girls, che orbita intorno alle vicende di tre attempate amiche zitelle che vivono in casa insieme a Miami, più l’ottuagenaria madre di una di loro.
Non avendo la televisione e non trovando sempre su Amazon Prime dei film che mi incuriosiscono questa serie TV mi ha salvato la vita nelle lunghe ore di reclusione costretta in casa dal maltempo, e strappato qualche sorriso.
Pessima la qualità dei video, ma insomma roba di trent’anni fa, l’alta risoluzione nemmeno se la sognavano.
Sorrisi anche solo nel rivedere l’abbigliamento ed il gusto dei ruggenti anni 80 dei quali, purtroppo, non sono stata solo testimone: ho infatti contribuito all’orrore e al ridicolo generale mediante il generoso e convinto utilizzo di spalline imbottite che sarebbero state assolutamente sproporzionate anche per un rugbista, colori squillanti e male assortiti, ciuffo capelli alla Woody Woodpecker, trucco volgare e pesante che adesso mi vergognerei ad uscire di casa con un decimo di quella roba addosso.
Per fortuna tutto è durato molto poco.
Non c’è nulla che salverei di quegli anni, tranne la musica di qualche gruppo musicale inglese che nelle radio e discoteche faceva già revival due o tre lustri fa.

Le ferie molto corte, quasi una sveltina: in effetti se avessi potuto non avrei preso neppure mezza giornata.
Me le sarei magari godute volentieri a settembre che è uno dei miei mesi preferiti e climaticamente più vivibili a Vorkuta Mumbai e in quasi tutto l’emisfero boreale, ma la baracca Multipaesana chiude e non si può fare altrimenti.

L’apprensione ed incredulità per le notizie provenienti da certe parti del mondo nelle quali tira un’aria non troppo bella e tutt’altro che rassicurante.
Cercare con tenta buona volontà di capirci qualcosa, di formarmi una mia opinione, ma non è facile tra la sovrabbondanza di informazioni disponibili, i pareri e le opinioni contrastanti, di esperti o gente comune, schierata politicamente o meno.
Quello che capisco meno di tutto in assoluto é cosa stia realmente succedendo in Ucraina e in Siria, dove stanno i buoni e chi sono i cattivi.
È così che funziona, no?

Non credo che resterà altro per me di quest’estate un po’ sprecata, parecchio sprecata anzi.
Avrebbe potuto esserci il resoconto di un viaggio interessante, stimolante o riposante in compagnia di persone simpatiche e divertenti, con tanto di reportage fotografico, selfies e consigli sui luoghi da visitare, ma non qui.
Da altre parti però sí.
Per fortuna ci sono dei blogs fantastici e quasi monotematici al riguardo: blogs che trasudano check-in e miglia volate, fusi orari, scarpe consumate, sudore, avventure, entusiasmo e voglia di mordere la vita a grandi bocconi come una pesca matura e succosa.
Grazie alla tecnologia e alle opportunità della rete ho così potuto viaggiare anche io, nella mia vita ed universo parallelo, e sognare ad occhi aperti.
Non so, io magari avrei scelto un fly & drive negli Stati Uniti o nei Paesi Baschi (sí, non sono esattamente la stessa cosa), o una riposante vacanza in qualche spiaggia del Mediterraneo, mi sarei fatta bastare anche solo una settimana a Stoccolma, ancora piena di luce e probabilmente con un’estate più calda ed asciutta di quella che sta funestando il Centro Nord.

Ah beh, come dimenticare: ho sperimentato una maschera per i capelli della Lush, brand che ha sempre destato in me qualche perplessità per quei profumi confettosi e svenevoli che fuoriescono dai suoi negozi.
La maschera si chiama Marilyn, costa 14,90 euri, ha un odore così così di erbe vagamente medicinali e mi sta risolvendo un sacco di problemi quando li lavo, perché rende i capelli morbidissimi, lucidi, setosi, corposi d’aspetto, ma soprattutto, pettinabili e gestibili da bagnati.
Inoltre, essendo stata appositamente formulata per chi ha capelli biondi o castano chiaro lascia un leggero riflesso dorato che uniforma e occulta meglio una eventuale ricrescita, consentendo di posticipare l’intervento del parrucchiere (nel mio caso colpi di sole) di qualche settimana.
Altra gran bella cosa: si utilizza sui capelli asciutti prima dello shampoo, e più a lungo la si lascia in posa e meglio é.
Mi evita di stare a mollo a non fare niente per dieci o venti minuti nell’attesa che agisca, o di ponzare in giro per casa per venti minuti, magari in inverno, e di dovere rientrare sotto la doccia per asciugarmi da capo una seconda volta.
Pollice su.

Ecco, non resterà molto.
Forse anche una canzone: a partire da maggio / giugno, a seconda delle annate, é infatti personale inveterata abitudine fare mia una canzone che diventerà il mio tormentone estivo e che si assocerà indissolubilmente a quell’estate.
Grazie a Spotify, ovviamente in versione free da morta di fame quale sono, ho scovato un brano (del 2000) frutto della collaborazione tra Youssou N’Dour e Peter Gabriel, quest’ultimo in assoluto il mio artista preferito.
Appiccico qui sotto un link sperando di non incorrere in problemi di qualsivoglia natura.

Peccato, un pezzo così bello per un’estate abbastanza (parecchio) di mmerda.

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Cosa fare di sabato pomeriggio

Cosa fare di sabato pomeriggio, se si vive o ci si ritrova momentaneamente nel lombardo veneto, a patto di averci pensato in tempo utile, e anche se le previsioni meteorologiche a queste latitudini quest’anno non sono mai particolarmente incoraggianti, al punto che quest’estate, tutti dicono, ce la siamo già sfanculata, motivo per cui, fino all’ultimo e questa volta con successo, abbiamo pregato Giove Pluvio perché stesse buono.
Cosa possono fare quattro singles rimaste in città e che, per i più svariati motivi, prevalentemente di portafogli o lavorativi, non sono in partenza per spiagge assolate, città d’arte, il paesello natio, verdi valli solive e quant’altro.

Possono ad esempio decidere di non lasciarsi andare all’autocommiserazione, come sarei tentata di fare io per carattere, e rifuggire dalla tentazione di rifugiarsi in uno dei tanti desolanti Parchi Acquatici che infestano questo territorio nemmeno fossimo in Florida, e decidere di astenersi dall’ancor più squallido giretto in centro per Vorkuta Mumbai, opzione un gradino ancora più in basso nella mia personale scala dell’abiezione umana, che in confronto il giretto al cimitero nel ponte dei Morti è già un evento frizzantino.
Così, quattro zitelle variamente assortite come in un casting di uno dei primi film di Almodovar, non tutte che si conoscono tra di loro, tutte diversamente annoiate e con un sabato d’agosto da riempire, possono, avendo provveduto per tempo ad assicurarsi i biglietti d’ingresso, caricare la macchina con mantelle e poncho antivento e antipioggia, scorte d’acqua, antizanzare e binocolini vari, e certamente possono anche imboccare l’A4 in direzione di Verona, nobile bella città non troppo lontana da Vorkuta Mumbai.

Lo scopo della visita è uno degli spettacoli estivi dell’Arena che, anche se si sa poco o nulla di Opera, come nel mio caso, è sempre un evento intenso e denso di suggestione, specialmente quando tutte le scalinate si illuminano con le candeline che distribuiscono all’ingresso e sull’imponente struttura cala il silenzio, un attimo prima che tutto, cioè la magia, cominci.
Spettacolo ancora più apprezzabile se si è consapevoli che per 16,50 euri più altri oboli minori che non ho ben capito, non può toccare altro che la piccionaia, e che per potere restare seduti per ore su tali sí vetuste ma scomodissime scalinate è altamente consigliabile portarsi da casa un morbido paffuto cuscino, come ha fatto una di noi.
In verità li affittano anche, ma se per una bottiglietta di acqua fanno pagare quattro euri non oso immaginare il costo noleggio o acquisto del cuscino (da qui le nostre scorte d’acqua).

Gitarella ancora più piacevole in quanto allietata dall’indulgere in un altro spettacolo, questo tipicamente latino, tipicamente italiano (e tipicamente femminile dico io), che è quello di sedersi da qualche parte ad ammirare il variopinto e assai diversificato paseo di locali e turisti vari, in questo caso prevalentemente nordeuropei.
Noi ci disponiamo in assetto da guerra in una piccola vineria con i tavolini all’aperto, ci sfondiamo di ottimo Prosecco e ci buttiamo sul generoso tagliere di formaggi e affettati, la Felicità pura.
Ci si gode il tramonto del sole che si avvicina, si pregusta lo spettacolo che verrà, qualcuna si accende e si ruba una sigaretta, si parlotta e si ride come se ci conoscessimo e frequentassimo tutte e quattro da tempo immemorabile, si commentano mises ed abbronzature, lunghezze di gambe, si ipotizzano età, provenienze e nazionalità, legami famigliari, scopi della visita.

Vorkuta Mumbai non esiste, non è mai esistita.
Sono giovane, libera e felice di scegliermi la vita che voglio, di fare e rifare cose, di decostruire la mia vita come un castello di Lego.
Un po’ come essere in vacanza, in viaggio, anche se non siamo ne in vacanza ne in viaggio, solo una giterella fuoriporta: l’atmosfera e la sensazione è la stessa, di libertà, di leggerezza, di completa rimozione dai pensieri e dagli assilli quotidiani, come se cadessero i paraocchi che portiamo tutti i giorni e si riuscisse pensare a noi stesse e alla nostra vita in modo diverso, fuori dagli schemi che ci cuciamo, o che ci sono stati cuciti addosso.
So che non sono la sola a pensarla così, e infatti se ne parla, quello che vorremmo, che non rifaremmo, che se avessimo potuto, se avessimo saputo, eccetera.

Poi un giretto per le vie del centro, tutto molto curato, elegante, pulito, silenzioso, il turismo deve contribuire tanto alla sua ricchezza, ma la città ha saputo mantenere la sua anima, la sua essenza, è restata a misura d’uomo.
Locali e foresti sembrano convivere benissimo, nel massimo rispetto.
Avverto lentezza, distensione, mi accorgo di quanto siano gentili nei bar, nei locali, nei negozi, come siano bendisposti anche nei confronti di quell’invasione di cavallette mordi e fuggi che sono i “turisti” da scalinata dell’Arena come noi.
Verona mi è sempre piaciuta un sacco, ci sono sempre stata e ci ritorno sempre molto volentieri, anche questa volta.

E poi lo spettacolo comincia, e grazie al cielo abbiamo optato per lasciare in macchina tutto l’armamentario da Armageddon per difenderci da eventuali temporali e pioggia, memori della volta precedente nella quale a un certo punto tutti sono dovuti scappati come sorci, secchiate d’acqua da tutti i punti cardinali e un vento gelido da far battere i denti.
La serata è asciutta, mite, solo a tratti leggermente afosa, i vicini silenziosi, il mio binocolino vintage in madreperla regalo dello Stronzo per Antonomasia fa il suo lavoro, e la sua sporca figura: ho la testa vuota, la pancia piena, la musica mi prende come fossi un’esperta melomane incallita.

Una bella serata, da ripetere, già ai primi di settembre.

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Cosa non fare di sabato pomeriggio

Cosa non fare di sabato pomeriggio anche se di inizio agosto e quando quel sabato, tanto per cambiare, si prevedono pioggia e forti temporali ed erroneamente e ingenuamente si pensa che tutti abbiano meglio da fare, o che siano in vacanza, o via per il weekend, o che stiano smaltendo la carbonara o facendosi una pennica sul divano o sotto un pergolato.
Evidentemente no, ed evidentemente nemmeno gli agosti sono più quelli di una volta.
Cosa assolutamente non fare: ficcarsi in un enorme centro commerciale nelle prime ore del pomeriggio anche se il blitz è motivato dalla ricerca, poi rivelatasi infruttuosa, di un districante per capelli possibilmente non a base siliconica, e quindi non da supermercato.
Questo grazie alla mia parrucchiera che, qualche mese fa, in un mio momento di debolezza, è riuscita a convincermi a sottopormi ad una inutile quanto invisibile ai più colorazione tono su tono, trattamento che ha ridotto l’enorme massa di capelli che mi ritrovo in testa ad un ingestibile ammasso stopposo, per quanto lei possa o potrà negare.
Mai abbassare la guardia con le parrucchiere, anche se quest’ultima è sicuramente la meno invasata ed invasiva tra tutte quelle che ho avuto il piacere di frequentare, cambiare o alternare nel corso degli anni, nonché tra le più economiche.

No centro commerciale, primo perché quando cerco qualcosa di specifico in un centro commerciale non lo trovo mai, e non è che fossi alla ricerca di un lanciarazzi al plutonio, secondo perché è incredibile il numero di persone che, credo, abbia proprio l’abitudine di svernare di sabato e di domenica in questi luoghi non luoghi, anche se non devono comperare niente, così solo per curiosare, per passare il tempo.
Da soli, a coppie, in compagnia, con codazzo di bambini, infanti e cani, gente che oltre a fare la spesa, e ci vogliono venti minuti di scale mobili solo per salire con il carrello, ci va per fare due passi, per sgranchirsi le gambe, per curiosare, per fermarsi a mangiare.
Cioè il concetto di centro commerciale come il tradizionale viale dello struscio e dello shopping di tutte le cittadine della provincia italiana, anzi probabilmente anche più frequentato in condizioni di maltempo o d’inverno. Sicuramente lo è a Vorkuta.

Sarà che mi trovo a disagio in mezzo alle folle in movimento e specialmente in luoghi chiusi, sarà che secondo me lì dentro sono un po’ di braccino corto con l’aria condizionata e quindi letteralmente si soffocava, sarà che su non so quanti ettari di superficie i geniali progettisti non hanno previsto manco tre metri quadrati per un bar o un’area aperta fornita di aria e luce naturale, senza rumori molesti, senza profumi nauseabondi e musichette di sottofondo, sarà per via di tutta quella gente che sciamava tra i corrridoi e che non mi sarei mai aspettata di trovare, sarà che mi sentivo in colpa per avere trascinato in quest’impresa un’amica, sarà che di tutti i negozi e di tutta la merce dei negozi lì dentro, ma oramai anche di quelli di fuori visto che sono esattamente gli stessi ovunque, mi piace o interessa sì e no il 5%, ma dopo due ore avevo la testa che scoppiava, odiavo tutti e ho dovuto darmi alla fuga.
Ah, due ore il tempo minimo per fare su e giù tra i piani e riuscire a perdere completamente l’orientamento, anche perché dalla mia ultima visita la geografia dei negozi si è notevolmente modificata.

Evidentemente oltre ai capelli nemmeno io sono più quella di una volta.
Non credo ad esempio riuscirei più a vivere in una grande città brulicante di gente e perennemente congestionata dal traffico.
Questo l’ho capito sabato grazie ad un centro commerciale, un altro tassello che è andato a posto, meglio così.
Bello fare un salto di tanto in tanto nella metropoli tentacolare, vedere, respirare e godere un po’ della sua vita, bello visitarne di città così, soprattutto se non le conosco, bello rivederle se già le ho frequentate o visitate, ma viverci, devo riconoscere, o anche solo lavorarci, non farebbe più per me.

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