Archivi del mese: dicembre 2014

Per concludere, davvero

Le cose che ho imparato/capito quest’anno, in ordine sparso.

– che non ci si può fidare davvero di nessuno, amico, parente, chicchessia, non importa il tipo di relazione, il sesso, l’età, i pregressi vari, gli anni di conoscenza e frequentazione, non cambia niente.
Questa é la lezione principale e una lezione molto ma molto amara, davvero difficile da mandare giù, ne avrei fatto volentieri a meno.
Non si applica a tutti per fortuna, ma capita.
Però é molto meglio quando non succede, il mondo sembra un posto più piacevole dove bighellonare.
Riuscirò a non essere così stupida e chiedermi sempre chi ho davanti, a mantenere sempre alta la guardia? Ovviamente, credo di no.

– che ognuno ha i suoi preferiti, io per esempio preferisco di gran lunga i cani ai gatti, con i quali ho grossi problemi, ma gli animali domestici danno delle gioie e delle soddisfazioni che non avrei mai e poi mai pensato.
Non so se anche altri animali vari, i topi, i tacchini, le faine, ma i cani sí.
Avevo un cane da piccola, preso da cucciolo, per me era un giocattolo.
Me ne sono dimenticata in fretta appena ha smesso di essere un cucciolo buffone ed è diventato un cane.
I miei avevano già abbastanza problemi per conto loro per insegnarmi anche a rispettare e a curarmi di un animale che avevo voluto solo io, e comunque al tempo la mentalità al riguardo era totalmente diversa. Nessuno si sognava di farli entrare in casa, per esempio, il veterinario non si vedeva mai, la catena era quasi un classico.
Ancora non riesco a perdonarmelo di essere stata quello che sono stata con lui, una pessima amica: sarà per questo che provo una grande tenerezza e una simpatia istintiva per tutti i bastardoni, specie quelli imparentati con pastori tedeschi.
Cani = gioia grande me l’ero ufficializzato il 13 settembre 2013, giorno in cui sono entrata per la prima volta in un canile, ma già da un paio di anni in seguito ad un incontro forse voluto dal destino la verità aveva cominciato a farsi strada.
Nel corso del 2014 comunque, ho visto e parlato più con cani che con umani, che non voglio dire sia in sé un bene in senso assoluto, ma certo dipende anche dagli umani con cui si ha che fare.
Perché poi, dal canile non me ne sia portato a casa ancora uno, anzi, il mio Amore già adocchiato da mesi, ha a che fare con ragioni troppo complesse e personali da spiegare qui.
Per quanto alcuni dei motivi potrebbero anche essere sensati una persona non pedante e con un po’ di ottimismo addosso avrebbe già spazzato via ogni esitazione.
Ma, in breve: sono una gran cazzona che teme le responsabilità, i legami, gli impegni, e sí, teme anche di soffrire, perché il nuovo papabile dopo Buster ha già dieci anni abbondanti, per quanto portati egregiamente.
E a me si spezza il cuore ogni volta in cui lo intravedo nel suo recinto, sempre pulito, sempre ordinato, l’acqua nella ciotola, le coperte ripiegate per farlo stare comodo sul pallet in legno bene al riparo.
Adesso gli hanno messo anche il cappottino per il freddo, beige, elegantissimo, un signorino.
Io lo guardo, l’accarezzo, lui mi guarda con certi occhioni che sono innocenza pura: io mi sento in colpa come se avessi ammazzato qualcuno. Va avanti così da settembre, no da prima delle vacanze estive.

– che in virtù del punto precedente ma anche perché di carne e salumi non sono mai stata una grande entusiasta, penso sia alto il rischio nel 2015 diventi completamente vegetariana.
Non è un programma di vita salutare ma una constatazione, sento quella cosa che un tempo era viva scricchiolare sotto i denti e non ce la faccio a mandar giù, semplice.
Pesci e ancor più molluschi e crostacei vari invece non mi fanno senso e nessuna pena, com’é?
Quindi probabilmente diventerò pescatariana, se si dice cosí.

– che sono una deficiente inconludente, dovrei fare ben altro e invece posto un commento al giorno o quasi da quando sono a casa in ferie.

– che riprendere il fitness plan dopo oramai tre settimane di fermo, se ricordo bene sono quasi tre, é devastante.
In pratica più fai e più faresti, meno fai e più ti incolli al divano, diventi un camouflage con la stampa Ikea.
Onestamente per il fermo avevo una scusa ineccepibile, ma adesso da almeno tre gg continuo a rimandare la ripresa, e mi sento rammollire, perdere fibra, perdere consistenza, anche nel cervello, nell’umore.
Mens sana in corpore sano, com’é vero.

– che, un po’ per motivi di ordine superiore, un po’ perché esco poco, sto comprando un sacco di cavolate in meno, leggi anche vestiti, ma non solo, e me ne rallegro, si sta bene lo stesso. O male lo stesso.
Roba solo degli ultimi tre quattro mesi però, e comunque una bicicletta la voglio, al disgelo, quindi intorno al mio compleanno.

– che quando non lavoro il lavoro e i miei colleghi non mi mancano per niente, anche se la giornata tipo di un lombrico medio offre degli spunti più interessanti della mia vita quotidiana media, e anche se talvolta trovarla pronta in tavola (= mensa) fa anche comodo.

– che dovrei essere molto più programmatica e convinta nel far le cose, invece di ondeggiare sempre, però me lo dico dal tempo di Cartagine, per questo non ho mai combinato nulla di che.
Non riattacco con il pippone sull’ottimismo che non ho e che dovrei autoinfondermi per magia perché quello o uno ci nasce, e ci muore, se no non lo si diventa da adulti, specie quando tutti i calci in culo presi ti confermano che hai ragione a non esserlo.
Poi certe ferite e certi vuoti non si cicatrizzano ne riempiono mai, bisogna accettarli come difetto di fabbrica.

– che nonostante i diversi tentativi e le buone intenzioni per pulire certe cose in casa devo usare il chimicone, faccio meglio ed in fretta, o forse non ho capito cos’è che sbaglio.
Peccato, perché i soldi che detesto maggiormente buttare sono proprio quelli per i detersivi e, tranne che in certi casi con l’uso del bicarbonato, per il resto con metodi e materiali naturali ho combinato solo dei gran pasticci.

– che sono certa che non mi capiterà mai più di innamorarmi e di perdere la testa per qualcuno, e comunque mi sembra più solido e consistente stimare e rispettare una persona, anche se le due cose non si escludono necessariamente a vicenda.
Sinceramente e per la prima volta mi sembra una conquista, basta montagne russe: non credo di aver voglia di essere smentita.
Senza dubbio vuol dire riconoscere aridità e il fallimento di ogni esperienza precedente, così è infatti, a maggior ragione. Amen anche qui.

– che, pur sempre confermando il punto precedente, una vita un po’ più divertente, sbarazzina ed eccitante di quella tipo di un lombrico medio la vorrei anche io e la vorrei ancora, perché non sono ancora morta del tutto.
É questo che spero anche per il prossimo anno ma, ovviamente, non faccio nulla perché ciò accada. Mmm, magari c’entra anche internet.
Però non saprei manco cosa fare, una volta le cose accadevano, punto e basta, c’era movimento con ed intorno a me senza cercare niente.

– che devo essere meno distratta quando sono in giro: quest’anno ho perso di tutto, chiavi, più volte il Bancomat, sempre ritrovato, ho fatto cascare un cellulare in un secchio d’acqua, sono tornata a casa ma nella casa sbagliata, ho imboccato un’arteria centrale parecchio trafficata e a senso unico di sera e ne sono uscita viva tra strombazzamenti ed improperi vari, tutti meritati.
Insomma di tutto, però nessun dramma vero.

– che quanto é difficile vendere una casa di questi tempi, una volta ci sarebbe stata la fila fuori per questa casa, e si era ancora in questo secolo.
Che non sopporto gli agenti immobiliari (così adesso la casa andrà via ancora più in fretta), anche se é gente che fa il proprio lavoro e servono, a me tantissimo.

– che rimettersi a studiare una lingua ostica e complessa diciamo dopo i trent’anni, ehhh ehhh, é una cosa dura ma non impossibile, e che a luglio spero di passare il mio esamino per semi-analfabeti, ma sinceramente lo dubito perché faccio un sacco di errori, troppi.

– che si spera sempre in un anno migliore del precedente, ma mai é stato più vero di adesso.

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Senza titolo

Non voglio assolutamente buttarla in politica, cioè in vacca, me ne guardo bene, anche perché credo che questo o quel Piripicchio al governo non avrebbe potuto, nel contingente, fare molto di più o di diverso, che non potevano mica partire lui ed i suoi con la bettolina.
Anche perché non c’è nessun Piripicchio italiano che mi fa battere il cuore o al quale mi sentirei di dare sessanta euro in tutta fiducia per andare a pagarmi una bolletta in posta.
Leggiucchio, cerco di tenermi informata: su certe proposte, idee o persone ho delle mie idee, ma a volte a distanza di tempo rivedo anche qualcuna delle mie opinioni e non me ne vergogno.
So solo che sarà un bel casino andare a votare però, se e quando ci saranno le prossime elezioni, ma il senso vero era ed é che non sono né mi sento schierata da nessuna parte, ed era precisazione necessaria.

Però consiglierei a questo ed altri Piripicchi di riflettere prima di aprire la bocca, di accertare le fonti prima di fare certe dichiarazioni in mondovisione, piuttosto tenersi un po’ sul vago e precisare meglio in seguito, che in genere è quello che fanno le persone serie quando una situazione é complessa e confusa e non si sono potute ancora accertare un sacco di cose.

Poi in genere, ma è il parere di una che d’italiana non ha nemmeno la faccia, se uno vuol fare una bella figura é sempre meglio dare prima la versione peggiore, quella possibilmente più tragica considerato lo scenario, e poi eventualmente restringere i danni, limitarsi a quelli effettivi. Perché adesso salta fuori che all’appello forse mancherebbero 179 persone, 179!
Quando ieri sera sono andata a dormire le vittime erano sette, per modo di dire ovviamente solo sette, e la faccenda sembrava “conclusa”, nulla faceva presagire da quello che sentivo e leggevo, quello che si apprende oggi.

Sebbene generalmente spesso incavolata nera, e disgustata, per come vanno le cose in questo stivaletto ammaccato e consunto penso che tra gli italiani, specie nei ranghi medi e bassi, insieme ai furbetti ci sia ancora della brava gente, gente capace, gente come quelli che in situazioni di emergenza con la testa bassa e la bocca chiusa riescono a tirare fuori dai guai un sacco di persone.
Peccato che siano quelli che, perlopiù, non contano un casso, e che continuano a stare zitti, perché noi italiani siam fatti così, ci piace star tranquilli.

Anche se son pagati per fare quello, che non è che tutti il lavoro se lo vanno a scegliere, o che ci sia scritto nel loro contratto che debbano crepare al posto mio e pagare loro per una serie di inefficienze del sistema, non solo italiano, inefficienze o leggerezze madornali che si ritengono, a torto, impensabili alle soglie del 2015.

L’astronauta Cristoforetti, con tutto il dovuto rispetto, ci saluta con la manina dallo spazio e un traghetto partito dalla Grecia non riesce ad arrivare in Italia?
Sí, Nonostante tutta la preparazione e la prevenzione possibile, indispensabili, le tragedie succedono e continueranno a succedere.
Succede agli italiani, agli svedesi, agli americani, ai malesi, ai montenegrini, a quelli messi peggio e a quelli messi peggio di noi.
Probabilmente si poteva fare di meglio, ma vero anche il contrario.
Non sono una di quelli che ritiene sia possibile avere il controllo di tutto nella vita, tantomeno di tegole, cirrocumuli, correnti ascensionali o discensionali, marosi, faglie geologiche e tutta la tettonica a zolle, malfunzionamenti ed avarie, e meno che mai ritengo sia possibile eliminare del tutto errori e leggerezze umane.
Non ci arriveremo mai.

Invece per quello che esce dalla bocca si potrebbe usare una certa prudenza, si dovrebbe, specialmente in certi ruoli istituzionali e con gente pagata, non so se fior di soldi, negli uffici stampa.
Non solo per il rispetto della verità e delle persone coinvolte, che non penso nemmeno Piripicchio volesse o sapesse di mentire, ma perché ci rimanga almeno un briciolo di credibilità e di autorevolezza, dentro e fuori i confini.
Insomma, una leggerezza non da poco, a prescindere da come vada a finire.
A seguire anche un bel pastrocchio internazionale di cui già non si capisce più niente ma, principalmente, una tragedia alla quale non riesco a smettere di pensare.

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Auguri e tecnologie

Ho finalmente realizzato che non sopporto questa becera usanza, oramai già diventata tradizione da anni e come tale consolidatasi, di fare gli auguri, di Natale, di Buon Anno, di Pasqua, per Hanukkah, per il Ramadan, per la Festa dei Ciliegi in Fiore, la nascita di Mao, la morte di Stalin, per un esame, per un intervento, per qualsiasi evento piacevole o spiacevole che si reputi importante o significativo per la persona destinataria (o il più delle volte per se stessi), a mezzo sms o equivalente social tipo Whatsup.
Twitter non so perché, me li farebbe girare ancor di più, primo perché tanto lo sopporto che ho chiuso il mio account dopo due giorni, secondo nel caso in cui nell’augurare qualcosa di bello a qualcuno, che si suppone mi sia in qualche modo caro, o per stargli vicino in un momento così così, mi servissero cento cinquantuno lettere, invece di quelle previste/consentite.

Lo trovo davvero impersonale, gretto, sgradevole, e non voglio cascarci più, nemmeno io, anche se é tanto più scomodo, meno veloce, emozionalmente ed umanamente più impegnativo, anche se bisogna lambiccarsi un po’ il cervello, personalizzare, magari ciucciarsi anche il racconto delle coliche gassose dell’infante, del coniuge che ha perso il lavoro, del papà anziano che se lo sta mangiando vivo l’Alzheimer.
Perché si sta diventando così, 1008 followers su Twitter e 863 amici su Facebook, ma nessuno con cui andare al cinema o a mangiarsi un gelato.
Su Pinterest io stessa raccolgo gli entusiasmi di molta più gente di quanta ne verrebbe ad un mio compleanno o al mio funerale.

Avevo già espresso in un post il mio sbigottimento per delle condoglianze fatte via sms alle quali mi era capitato di far da testimone, quando anche alla socialmente autarchica che è in me era parso si stesse raschiando il fondo del barile, che si stesse andando oltre.
Inutile, pertanto, ritornare sull’argomento, dico solo che io una persona che mi mandasse un sms alla morte di un genitore, del compagno, di un figlio, la manderei a cagare, ma non per SMS o via Whatsup.
Quando, tra brevissimo, (ne son certa) mi chiederanno di scrivere un libro sul bon ton e la netiquette per far fronte alle sfide del 21* secolo le condoglianze via SMS saranno uno dei più grandi NO-NO-MUST-NOT, ma ci sarebbe anche un breve paragrafo su auguri, in bocca al lupo, buoni compleanni e così via.
Il discorso ovviamente non vale se stasera esco a cena con un’amica per festeggiare il suo compleanno e poi domani, che é realmente il giorno del compleanno, la mattina o quando mi pare nel corso della giornata le rinnovo i miei auguri.

Tutto questo lo pensa una che la tecnologia la AMA e che ne fa un grande uso, una che aspetta solo di capire cosa diavolo siano anche i Google Glass, quanto costano e che magari arrivino presto alla Lidl, se solo ci trovasse un’utilità, la possibilità di farci cose nuove, una che nemmeno vorrebbe tornare a penna e calamaio, alla bella grafia e agli svolazzi.
Però un pó di Umanità si, dai.

Capisco se tra augurante e l’augurato ci sono 12.000 km di distanza e otto o nove fusi orari, caso in cui una telefonata magari a ruota libera e non combinata su Skype o FaceTime verrebbe a costare più della cessione del quinto, e sarebbe anche difficile trovare l’orario idoneo, ma con gente che abita dietro l’angolo, o nella tua stessa città, come a Mondovì o a Barletta, ci si potrebbe anche sprecare, e alzare quel telefono.

Invece abbiamo tutti voglia, é la mia impressione, di farla corta e di ritornare ai nostri fattacci il prima possibile, però con la sensazione-illusione di essere stati splendidi, amabili, proprio delle personcine tanto care, di essersi già scavati una nicchietta più comoda e dotata di ogni comfort nel nostro personale paradiso che ci aspetta a porte spalancate.

Io l’ho fatto, non voglio farlo più, é troppo brutto, é troppo triste.

(Intanto, qui, continua a nevicare).

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E poi Cin Cin

Adesso manca solo il discorso di fine anno a reti unificate del PdR, insieme ai petardi di qualche idiota che faranno solo morire di paura i “miei” ed altrui cani, e magari infastidiranno anche qualche neonato, tutti i malati o un nonnetto un po’ rimba, per dichiarare ufficialmente, e finalmente, chiuso quest’anno.
Per tutti gli stronzi che ci perderanno un occhio o la mano dovrebbero prevedere cure a carico loro, e non del SSN, e la galera a vita qualora ci andasse di mezzo qualcun altro che non c’entra niente.

Se posso dire, lo dico, un altro anno di mmerda, ma già qualche passettino avanti rispetto al precedente, anche se non so bene avanti verso dove.
Un anno comunque meno melmoso e statico del 2013, e velocissimo.
Pochissimi eventi significativi che hanno però sbloccato, in qualche modo, situazioni stagnanti, poi si vedrà.
Fino ad adesso, e per mia grande fortuna, come l’anno scorso un autunno-inverno non particolarmente freddi.
Potrebbe però nevicare, dicono, nei prossimi giorni.

Mi ero detta proprio oggi “potrei inaugurare il nuovo anno con un gesto plateale, quasi cinematografico, cioè buttando via un sacco di fotografie (cartacee) di eventi e persone lontane nello spazio e nel tempo”, ma già adesso, poche ore più tardi, non so se lo farò.
Sarebbe solo un gesto di stizza, inutile, infantile, patetica ritorsione contro chi nemmeno sa.
Forse lascerò perdere e mi farò un piatto di bene auguranti lenticchie, e dal tre p.v. andrò per saldi a cercare un maglione nero a V, che il mio me l’han fatto fuori le tarme quest’estate.
Non lo chiamo nemmeno shopping, devo semplicemente sostituire un capo essenziale nel mio guardaroba, non ho voglia ed intenzione di spendere soldi in cose frivole e non necessarie.
In questi ultimi mesi sono stata bravissima nel non farmi corrompere, proprio la formichina delle favole di La Fontaine.

Oggi mi sembra che il polpaccio stia meglio, ancora un paio di giorni di fermo, e poi gradatamente ricomincio col fitness plan.
Ne ho proprio voglia, mi sembra già di imbolsire, e nemmeno voglio perdere i risultati che ho raggiunto in due mesi di costante allenamento.
Così, con un po’ di endorfine in corpo dovrebbe anche finire la storia della Siberia che mi sta giusto-giusto rincitrullendo da quando cerco di muovermi il meno possibile e non so cosa fare della mia vita.

Ho scaricato gratis, e cominciato a leggere, ben due pagine, l’ebook di Guerra e Pace, ma quando ho visto il numero delle pagine e dei capitoli a seguire mi è venuto un colpo e son crollata.
Per ora soprassiedo, magari mi cerco ancora un giallozzo scandinavo che, onestamente, é molto più alla mia portata, o un altro libro di viaggi di Colin Thubron, che é una specie di Mito Vivente per me, insieme al ben più ridanciano Bill Bryson.
Ce ne sono altri di suoi libri, oltre a in Siberia, di là sullo scaffale, sezione Viaggi, ed anche di Bill Bryson.
Sono i più letti in assoluto.

Se sapessi pregare e avessi una qualsiasi fede pregherei per il futuro dell’Italia e del mondo.
Anche se andando per i novanta mi accorgo che, in generale, non si diventa più ottimisti, mi sembra che adesso siamo proprio ad un passo dall’Apocalisse.
Ieri nella mia siesta pomeridiana pagana leggevo sulla prima pagina di un quotidiano del numero impressionante di gente che perde il lavoro e, già a partire dai 35/40 anni, di quanto poi sia difficile ricollocarsi (e tirare a campare in un paese che ti da due dita nell’occhio nel momento del bisogno).
Magari il giorno di Natale potevano anche evitarselo, e lasciarci ingozzare in pace, ma mi è venuto un brivido per la schiena e da verme quale sono ho pensato “speriamo non tocchi mai a me”.

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Sogno o son desta

Alla fine poi sono partita davvero, ma di testa.
La notte del Santo Natale 2014 mi sono sognata di essere sull’aereo che mi avrebbe portata in Siberia per un lungo viaggio, forse per un paio di mesi.

C’era qualcuno con me, non viaggiavo da sola, direi un due tre persone, ma non so chi fossero.
Non conosco nessuno che si farebbe un viaggio in Siberia, a dicembre, con me poi 🙂
Già di suo la mia amata Terra del Nord non sta nell’elenco delle top destinazioni nel mondo da visitare per moltissime persone, quindi non ho idea di dove e come avrei potuto trovare dei compagni di viaggio.
Mi sentivo sicura però, probabilmente gente esperta di quei luoghi e scafata con il russo, ed ero anche felice, eccitata per le cose che avrei visto, per l’umanità varia che avrei incontrato, per nulla impaurita: ed alleggerita, senza il peso costante dei soliti pensieri e preoccupazioni che mi trascino qui, nella mia Vorkuta lombardoveneta.

L’interno dell’aereo era enorme, come un lungo e squallido stanzone ministeriale ancora di stampo Soviet, a bordo c’era pochissima gente, e qualche gallina.

Il mio sogno però é durato molto poco, infatti mi sono risvegliata quando, nel sedermi e nell’allacciare le cinture, mi sono accorta che non c’erano dei normali sedili da aereo, magari scassati e luridi quanto basta, giusto per rispettare il banale copione che ho in testa, ma delle sedie da cucina.
E queste sedie da cucina, imbullonate in qualche modo alla meno peggio al pavimento della carlinga, erano le classiche sedie da cucina in formica color giallino chiaro che si usavano negli anni 50 e 60**.
Nella casa dove abitavo prima in solaio avevo un paio di sedie di quel tipo, penso fossero della cucina che c’era prima che mi ci trasferissi.
Comunque, anche se recuperate a miglior vita dagli amanti del vintage, di una bruttezza e scomodità imbarazzanti.

Tutto quindi si è frantumato lí, su delle banali non-poltrone. Che peccato, e chissà cosa direbbe Sigmund, ci terrei tanto a saperlo.
Ma forse posso immaginarlo, cioè che mi arrendo alle prime difficoltà e che il viaggio più estremo che potrei fare sono i mercatini di Natale a Innsbruck.
Io mi vedevo a bere tè e a raccontarmela con le babuske di sperduti villaggetti pieni di cani spelacchiati e di bambini col moccio al naso, o a negoziare passaggi con camionisti sdentati e pieni di tatuaggi, rigorosamente ubriachi, per arrivare ancora più lontano, in fondo al niente.
Emerge in tutta la sua evidenza il fatto che sia stata per qualche anno abbonata al National Geographic.

Era il secolo scorso però, quando prima del flaccido e neanche poi così comodo “imborghesimento” in cui sono mi sono lasciata scivolare e trascinare per far contenti tutti, pensavo che non sarebbe rimasto un mq di superficie calpestabile al mondo dove non avrei messo piede.
Se avessi immaginato che sarei in ogni modo finita insieme a tanti altri quasi con le pezze al @€&O mi sarei fatta i fatti miei, quello che volevo fare, come avrei comunque dovuto.

Rimango con il dispiacere di non avere mai visitato, né in concreto, né in sogno, dei gioiellini come questo qua sotto.

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Io me li farei davvero quattordicimila chilometri per vederla, una roba così, e per starci anche qualche giorno, a Norilsk.
Mi piacerebbe parlare con le persone, capire come vivono, cosa fanno per vivere, se sognano di scappare, se e cosa sanno dell’Italia, remota penisola subtropicale, e del resto della Russia.
Mi piacerebbe conoscere chi ha firmato il piano regolatore, cosa pensa la gente che torna a casa la sera per rinchiudersi in uno squallido buco al diciassettesimo piano di un casermone più vicino al Circolo Polare Artico che al resto del mondo.
Se ne capissi di statistica mi piacerebbe giocare con un po’ di dati per vedere se, come penso, quando nasci in un posto così hai molte più chances di essere destinato a fotterti la vita che se fossi nato altrove.

Questa bruttezza almeno, essendo estrema, essendo tragica, non è banale, ed é onesta.
Non mi sembra trasudare volgarità come lo fanno tanti posticiaccoli ed edifici della mia Vorkuta lombardoveneta o, peggio ancora, della sua provincia.
Questi sono orrori che vorrei tanto documentare in un ardito foto reportage che potrei fare, con sprezzo del pericolo, ogni giorno che vado e torno da Multipaesana, cose che davvero fanno accapponare la pelle.
Perché quando il cattivo gusto e il ricordo di una fame atavica che nessun boom economico ha mai potuto del tutto cancellare incontrano un po’ di sghej, poi un geometra o un architetto visionario e degli amministratori incapaci e magari con la prima avviamento, il risultato può solo essere, brrrr, paura.
Nel lombardoveneto ci sono riusciti e ci stanno riuscendo benissimo, anche adesso nello sboom e con molti meno sghej.

A Norilsk, una delle perle del Nord, sono cento diecimila le anime dannate che vivono, e si riproducono, in una delle città più inquinate del mondo, qui a causa dell’estrazione del nichel.
Mi domando seriamente cosa voglia dire nascere in un posto così: basta come al solito uno spermatozoo errante che incontra un ovulo, e però quella palletta di cellule sei Tu, e chi sceglierebbe mai, da lucido, di finire a Norilsk?
Io no di certo, che persino questa Vorkuta lombardoveneta pare un Eden al confronto.
Poi vaglielo tu a dire a questa gente, che sarà sfigata ma non beota, che life is what you make it, e che sei libero di scegliere, che ci auto determiniamo e tutto quel bla bla lí, sicura che ti mollano uno di quegli sganascioni da ritrovarsi a Malpensa o a Fiumicino nel tempo di un amen.
E farebbero anche bene.
In viaggio però sì, e con insaziabile curiosità, sceglierei di andarci.
Ci sarà qualcuno che a Norilsk ci é stato, dico solo per vederla ?

**Sì, proprio queste

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Il più bel viaggio del mondo

Della serie, dicono che chi si accontenta gode, chi non si accontenta invece in teoria nemmeno quello.

Il più bel viaggio del mondo é quello che mi sto sparando io in questi giorni solo ed esclusivamente nella mia testa e con la mia fantasia, un viaggio quindi molto ecologico e ad impatto zero, un viaggio che assai probabilmente nella realtà non farò mai.
Ma mai dire mai.
Vada come vada, da una settimana e più faccio fatica anche a deambulare e ad avventurarmi per più di venti metri sulle mie gambe, quindi adesso come adesso non potrei andar molto lontano, nemmeno volendo.

Un viaggio ed una meta che in pochissimi sognano, al quale bisogna pensare e prepararsi con largo anticipo, credo anche con un discreto pelo sullo stomaco ed una certa abbondanza di mezzi.
Anche solo per equipaggiarsi come si deve, che se l’inverno russo non è uno scherzo, quello siberiano deve essere proprio l’inferno bianco che dicono.
In tutta onestà io ho poco di entrambi: poco, pochissimo pelo sullo stomaco, e pochi mezzi, e col mio similpiumino da inverno lombardoveneto e la calzetta in cachemire di Mutandissime & Co. a cinquanta sotto zero non durerei più di tre minuti prima di sgretolarmi e cadere a pezzi.
Al momento poi, oltre a disporre solamente di una gamba buona, non sono più portatrice sana di passaporto, quindi nemmeno potrei avere il visto, quindi eccomi qui mentre tutti impacchettano e sciabattano in case iper riscaldate ad imbandire tavole, a sognare come un’idiota e farmi film su qualcosa che mi piacerebbe davvero fare un giorno, davvero tanto, all’avventura.

Ci sono tanti di quei posti dove vorrei andare e nei quali non sono mai stata, vicini e lontani, o ritornare, ma da quando ho ripreso seriamente in mano lo studio del russo, che poi per Natale mi sono pure regalata l’abbonamento per tre mesi a quella stazione di podcasts*** in lingua della quale ho già avuto modo di parlare in qualche post, la Russia, o meglio viaggiare in modo autonomo ed indipendente in Russia, é diventata un pensiero costante, una febbre che mi divora.

Francamente, non mi interessa minimamente Mosca, ove sono già stata prima e dopo la perestrojka, e anche poco San Pietroburgo, che dicono sia bellissima e ci credo pure ma non ci ho mai messo piede, e la Russia europea: il mio sogno é proprio la Russia più profonda e segreta, quella che si estende per migliaia e migliaia di chilometri al di là degli Urali e di cui si sa ancora poco o niente.
Fino a pochi anni fa vi erano ancora vaste zone nelle quali era proibito l’accesso agli stranieri, e non solo, e non mi sento di escludere non possa essere ancora così, anche in parte.

È tutto quello spazio, quella vastità, quel vuoto e quel mistero che mi affascinano, ma anche il suo squallore, la sua storia tragica di deportazioni e di gulag, tutto quel dolore, tutto quel sangue, tutta quella fatica, come sempre grazie alla follia umana.
Della Siberia non butto via niente.
Sarò masochista, decadente o perversa ma a me tutto questo mi intrippa assai di più di una settimana al Four Seasons a NYC a fare shopping per il Natale, o di stare panza all’aria ai Caraibi, che pure non disdegnerei.
Ho pinnato tante di quelle foto in Pinterest, fatto mente locale dei film, dei libri, dei video che direttamente o indirettamente parlavano di Siberia, letto esperienze di gente che ci ha vissuto che un po’ é come esserci stata, sento potrei raccontare delle cose.
Potrei lanciare una nuova moda, fare una sezione fake del blog e intitolarla “Viaggio in Siberia”, senza averci messo piede.
Gente che ci vive o ci ha vissuto comunque pochissima, pochissimi europei od occidentali, mica come a Barcellona, Londra o San Diego, che c’è la fila.

Che ci faccia un freddo porco lo so persino io, io che non faccio altro che blaterare di quanto detesti il freddo e l’inverno, e che sogno un buen ritiro da qualche parte nel clima mite ed amico del mediterraneo, ma sta’ faccenda con la Siberia, che poi non è manco una novità, é solo un riaffiorare di un antico interesse e curiosità, é ná cosa seria.
Da giorni consumo polpastrelli delle dita a cercare e curiosare in rete resoconti di viaggi in solitaria, o comunque al di fuori da gruppi organizzati e dai percorsi obbligati, non sono tantissimi i buongustai.
Non credo nemmeno questo tipo di viaggio sia particolarmente incentivato o gradito, anche ai nostri giorni, almeno questa la mia impressione, forse anche per i mille pericoli insiti nel clima estremo, nella smisurata natura selvaggia, e non solo.
Deve essere impossibile tenere sotto controllo un territorio così immenso e pressoché disabitato, garantire la legge, la sicurezza, l’incolumità di tutti, dei suoi stessi abitanti.
Mosca e il governo centrale poi sono sempre stati avvertiti lontani, remoti, inesistenti: la Siberia é a sé, un altro mondo, rivendica con orgoglio la sua purezza originaria, la sua diversità, così ci diceva la prof. di russo, quella stronza, al corso.

C’è un bellissimo ed avvincente libro su un lungo ed avventuroso viaggio fatto in Siberia all’indomani del crollo della ex URSS e scritto una specie di Tiziano Terzani britannico, quindi uno sguardo più pragmatico ed osservatore che non “filosofico”, un libro che riagguanto puntualmente ogni tot. anni.
Non so se quando l’ho comprato, nel 1998, avevo già sta cosa della Siberia in testa, o se mi è venuta dopo.
Di certo averlo letto mi ha lasciato qualcosa, più che un ricordo, come una nostalgia di un posto dove non sono mai stata.

L’autore é Colin Tubron, esperto viaggiatore inglese di professione, occhi cerulei, volto aristocratico, coltivatore del famoso pelo sullo stomaco.
Tanto di cappello per quello che ha fatto, e per come lo ha descritto.
Il racconto é crudo, greve, di uno che non é alla ricerca del bello ma scontato delle fantasie ed aspettative del viaggiatore medio, cioè, non solo foreste incontaminate, villaggi da fiaba con le casette in legno colorato ed intarsiato e gatti sonnolenti sui davanzali, piccole chiese dalle cupole d’oro.
Non rincorre solo il mito della terra vergine ed inesplorata ma si avventura nei posti più sperduti, tristi ed inospitali, squallidi, tragici, luoghi dove anche la natura é matrigna.
Nel libro mostra come la Siberia sia silenzio e bellezza ma anche deforestazione selvaggia, inquinamento, sfruttamento intensivo ed irresponsabile delle numerose risorse naturali, alienazione e decimazione dei popoli nativi, alcolismo dilagante, follia, prostituzione, violenza, povertà ed ignoranza, ricchezza ed ignoranza, fatalismo, spaesamento di intere generazioni cresciute nelle certezze della ex Unione Sovietica.
Ecco, io non vorrei farmi mancare niente di tutto questo, dello sfacelo, della parte oscura che gronda sangue e puzza di carbone.
Il libro, banalmente, si intitola in Siberia e cavolo, se è da leggere, o da regalare.
O da andare a cercare sullo scaffale, sezione Viaggi, e rileggerselo, con un tazzone di cioccolata fumante, mentre tutti si ossessionano per il Natale, che io invece non vedo l’ora di levarmi di dosso.
AAA Compagni di viaggio cercasi, richiesta conoscenza russo C1.

***Ogni giorno mi risveglio cinguettando cose nuove, una soddisfazione

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Dammit.

Stiramento del muscolo del polpaccio, ed ero ancora al riscaldamento: autodiagnosi, però qualcosa é successo perché mi sono proprio dovuta fermare.
Non tollero l’idea di dovere star ferma per un paio di settimane, dovrò inventarmi qualcosa per la mia dose quotidiana, che ne so, tutto braccia, solo addominali.
L’ideale, a pochi giorni da due settimane di vacanze.
Nel frattempo, da sdraiata, cazzeggio.

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Filosofia da 5 centesimi

Oggi e ieri due di quei giorni nei quali se avessi potuto avrei spento tutto, tranne le funzioni vitali, per risvegliarmi tra un po’, magari già col sole e senza panettoni e Babbi Natale nella vita più liscia, piena e spumeggiante di qualcun altro.
O anche nella mia se solo le cose si mettessero un po’ a posto, e non che non ci stia lavorando, santiddio.
Magari, però, anche una salutare botta di culo ogni tanto non sarebbe male.
Perché le botte di culo e la fortuna esistono, come la sfiga.

Il pensiero occidentale e la nostra cultura attribuiscono un’importanza eccessiva alla razionalità e alle effettive possibilità di indirizzare le nostre vite nelle direzioni che vogliamo, nelle piccole e grandi cose.
Io ci credo sì e no, e cioè solo fino ad un certo punto, che volere é potere, e molto più per le questioni minori, quasi mai per quelle fondamentali.

Tipo, ci credo sì che se voglio posso perdere ancora due chili, ed imparare il russo per benino, ma se fossi nata nella Corea sbagliata e nel 99% sbagliato della sua popolazione starei succhiando radici amare dopo aver sgobbato diciotto ore in un campo di lavoro, altro che perdere due chili ed i podcasts di Russianpodcast101.com.
Anzi, in un campo di lavoro io sarei già seccata dopo una settimana.

E se fossi nata in qualche altra zona rurale del nostro bel pianeta avrei sgravato diciotto figli, mi resterebbero due denti in bocca e mio marito-padrone mi prenderebbe a legnate, un giorno sì e quell’altro pure, da quando avevo undici anni.
Prima, infatti, ci avrebbe pensato mio padre.
Anche qui, forse sarei già seccata ad anni ventuno, al sesto marmocchio.

Non escludo peraltro che anche così, con due denti in bocca e diciotto marmocchi scalzi, sporchi, discretamente affamati e per nulla istruiti si possa essere felici, o trovare un equilibrio nel compromesso, come siamo costretti a fare tutti.

E poi, anche se l’avessi voluto con tutta me stessa impegnandomi dodici ore al giorno ogni giorno, fino a farmi sanguinare i piedi e a lacerarmi ogni giuntura e muscolo, non sarei mai potuta diventare prima ballerina alla Scala.
Dio solo sa quanto mi sarebbe piaciuto.
Infatti sono stata concepita in legno massello, nemmeno in truciolato, elastica e flessibile come una corda di violino anziché un giunco.
Non sarei mai potuta nemmeno diventare una mediocre majorette da ultime fila alla Sagra dell’Uva, se é per questo.
Quindi: ma di che stiamo parlando?

Comunque, nel caso esistesse una seconda vita, vorrei sceglierla io l’esistenza nella quale infilarmi anche solo per qualche giorno.
Prima vorrei leggere per benino e studiarmi le clausole del contratto, visionare una preview su YouTube, che mi hanno già incastrata e fregata una volta, senza che nessuno mi chiedesse niente di quello che avrei preferito.
Tipo nascere con una pelle che si abbronza, e flessibile come un giunco come una Carla Fracci, e molto altro anche di più importante.
Se no tanto vale tenermi la mia, piena di pezze e tutta rabberciata.

So, so che la fuori c’è della gente alla quale gira tutto, o parecchio, per il verso giusto. Non moltissima gente in verità.
Sicuramente sono stati meritevoli ma, anche, ove io possa giudicare e fare delle valutazioni conoscendo la situazione ed i retroscena, hanno avuto culo.
Quasi sempre più culo.
Sanno anche, c’è da dire, sapersi vendere molto bene, facendo sembrare sempre tutto una meraviglia, un letto di petali di rose senza spine.
È questa forse una qualità?

Ieri avevo anche addosso un sonno quasi letargico, eppure avevo dormito e non c’erano arretrati da scontare, in più un’ indolenza da gattastra da divano e, se avessi potuto, non avrei fatto niente, nemmeno il più piccolo movimento, se non stare sdraiata ad ascoltare il mio respiro e vedere scorrere le ore di un’altra giornata cupa e fradicia, inutile.
Allegria.
Cosa che ho comunque potuto fare dal tardo pomeriggio visto che sono parecchio fuori zona rispetto al 38* parallelo e nessuno, ancora, mi aspetta a casa per riempirmi di botte.
Quindi, che fortunata che sono!

Ah, per la mia iscrizione ad una delle associazioni di consumatori esistenti sul patrio suolo: no, non ne valeva proprio la pena, sessanta euri gettati.
Quello che hanno fatto è quello che avrei fatto e stavo già facendo da sola.
Però, magari, mettere allo sportello qualcuno con un minimo di preparazione e competenze anche giuridiche, no eh?
Magari qualcosa di più, anche solo di vagamente più professionale di un’alzata di braccia al cielo per i miei problemi di stalking telefonico (due chiamate in due ore sul cellulare proprio ieri mattina) l’avrei rimediato.

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Varie 1)

Ieri 11 Dicembre per la prima (e spero unica) volta in nove mesi ho sbagliato strada nel tornare a casa, sono tornata alla casa vecchia.
Vorrà dire qualcosa, credo, anche perchè per me casa vecchia equivale a vita vecchia, casa nuova equivale a vita nuova.
Certo non poteva capitarmi fossi andata a stare in Patagonia.
Non so dire bene cosa sia cambiato con una semplice variazione di residenza ma, sono certa, qualcosa è cambiato, qualcosa dentro.
Poi, da quando sono qui, mi sembra il tempo passi più in fretta.
Vola.

Non che la distanza o il tragitto tra la mia vecchia abitazione e l’attuale siano una Rovigo / Caltanissetta, saranno sì e no trecento metri in linea d’aria.
Ad un certo punto dovevo svoltare a sinistra, cosa che anche mi fa risparmiare cinque minuti buoni di attesa snervante ad un semaforo lunghissimo, invece mi sono ritrovata ad andare dritto.
Mi sono chiesta allora se per caso rimpiangessi qualcosa del vivere appollaiata lassù nel Nido delle Aquile e, nonostante le tante difficoltà incontrate e che tuttora ho e che cerco di risolvere, la risposta è no.
Anche solo se penso al tempo perso in tanti anni a fare su e giù per quel dannato trabiccolo di ascensore, i minuti spesi ogni volta ad aspettarlo, i goffi tentativi di dover trovare sempre qualcosa da dire dentro l’angusto cubicolo o sul pianerottolo, e poi la Matta che dava fuori di testa sulle scale insultando chi le girava come le girava, il chiasso dei vicini, la strada trafficata, quella sensazione di vivere un po’ in piazza senza nessuna intimità.
No, no, no.

Forse ieri sono solo sbroccata un attimo, del resto quando mi metto in macchina ho il pilota automatico, solo per –> e da <– Multipaesana come un criceto dentro la ruota, in gabbia.
Poi se posso, la macchina evito proprio di usarla, anche se mi piace molto viaggiare in auto.
Così le più belle vacanze fatte, on the road, però non devo guidare io.

Ho bisogno di queste vacanze natalizie, e non perchè della festività natalizie mi importi qualcosa o perchè abbiano chissà quale significato per me, mi basta fermarmi.
Ed avere una buona scusa per abboffarmi di dolcetti alla cannella e allo zenzero, di cioccolato.
Sarà il fitness plan, sarà che ho imboccato la fase fisarmonica-down da due tre settimane ma ieri mi sono rimessa dei pantaloni che prima non mi si chiudevano in vita, quindi adesso me lo posso anche permettere.
Ho voglia di leggere, di disegnare e di stare un po’ con i “miei” cani.
Di rincoglionirmi di film, di fare fitness.
Voglia di socialità zero, costante di tutto il 2014, desiderio e bisogno di vedere e stare con pochissime persone.

Ci sono dei giorni nei quali faccio tanta di quella fatica a sentire per ore le cazzate che si sparano in ufficio che poi il bisogno di aria fresca e di spurgare è come il bisogno d’aria, vitale.
Ne consegue la tendenza ad isolarmi, ad anelare un po’ di silenzio, di pace per le mie orecchie.
E non è il lavoro, quello al limite è una scocciatura, una noia, ma lo devo fare e lo faccio.
Per lo più sto zitta, lavoro: mi unisco al Circo con una certa moderazione. Oggi no però, ho fatto anche io la mia parte di circo, così adesso stiamo tutti meglio e ci sentiamo una vera grande famiglia, ma è venerdi e non conta.

E’ il rumore costante di sottofondo, il chiacchiericcio, le battute che non fanno mai ridere, come se nascosto dietro una scrivania ci fosse uno di quegli insopportabili D.J. di alcune radio che paiono pagati a cottimo, basta parlare, parlare, e non tenere mai chiusa la boccaccia per più di secondo.
Poi il pettegolezzo costante e mai, dico mai, il porsi un qualche interrogativo, una qualche domanda, una riflessione, che sia sull’attualità, su quello che succede nel mondo, sulla politica.
Mai un commento od opinione su un libro letto, un film visto, su un articolo di giornale, boh.
Come anestetizzati, come se tutto quello che succede non li riguardasse affatto, come se nulla potesse turbare o scuotere le loro vite, il loro piccolo mondo, non lo so sulla base di quali certezze.
Ecco, io non riesco a capire, ma mi adeguo.
Ma sì, tanto cazzoni da essere talora anche simpatici, però adesso, tra pochi giorni, ariaaaaaaa.

Poi stamattina, quando davvero me ne stavo da giorni, da settimane, tranquilla come e forse anche più di un monaco buddista pensando solo ai fatti miei ed alle gatte da pelare con o senza la mia Associazione dei Consumatori, forse i sessanta euri peggio spesi della mia vita ma aspetto a trarre le conclusioni, ecco che rispunta la M.U.

Oddio, rispunta… tre laconiche frasi di saluto per chiedere come sto, e cosa farò per le feste, che per scrivere delle cose così, chiunque le scrivesse, per me se le potrebbe anche infilare su per il naso e lasciare stare che è meglio.
Ma non fosse così non sarebbe la M.U.
Controllo comunque sempre l’ora in cui fa scorrere le sue dita sottili e quasi delicate sulla tastiera.
Mi piace domandarmi, immaginare e pensare perché proprio in quel momento, in quale contesto ed in seguito a quali associazioni di pensiero, fugacemente e più veloce di una saetta, alla M.U. venga in mente della sottoscritta.
A quell’ora, per esempio, ieri sera io già dormivo, tutta incremata e idratata per benino come non facevo da giorni, sotto cumuli di coperte e piumini, e avevo spento il telefono.
Essendo arrivata a determinate conclusioni, in queste ultime settimane che ho definito di monachesimo buddista all’insegna del – tutto passa, tutto scorre -, la cosa mi ha comunque sorpresa.

E in questa veloce discesa verso il nuovo anno mi ritrovo a pensare, senza paura, senza fastidio o vergogna, che la M.U. rientrerebbe nel ristretto novero di quelle persone con le quali sarei felice di poter trascorrere del tempo nelle prossime vacanze.
Felicissima.
E giuro, senza nessunissima aspettativa, se non quella di stare bene, ma bene davvero per qualche giorno, e basta.
Da due mesi non mi faccio una risata come si deve, non c’è un discorso che vada oltre al posto dove si mangia meglio la pizza, e quanto piove, e governo ladro.

Sicuramente non sarà così, non starò con la M.U., ma pazienza, andrà bene uguale, e dopo anche quest’anno sarà andato.
Previsioni dell’oroscopo per il 2015 per il mio segno zodiacale: pazzesche, in pratica una resurrezione, la rivincita dei giusti.
Cioè se non faccio il botto l’anno prossimo mai più.
Eh, immagino.
Ho voglia di fare una torta, forse alle mele, domani.

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Un giorno qualunque

Nei giorni scorsi ho preso appuntamento presso una di quelle associazioni che difendono i consumatori per cercare di capire, tra altre cose ben più rognose, come venirne fuori da quella faccenda dello stalking telefonico, un andazzo che mi costringe a tenere il telefono di casa sempre staccato quasi da nove mesi.
Un numero di telefono ed un’utenza nuovi di pacca proprio per far perdere le mie tracce a questa gentaglia, un telefono che squilla anche per tre o quattro volte al giorno se per caso, dopo aver chiamato qualcuno, me lo dimentico collegato alla rete.
Gente che a malapena parla l’italiano e con dei ronzii e rumori di sottofondo che non si capisce da dove chiamino, spesso anche senza che appaia il loro di numero, mentre mi risulta per queste società pseudo commerciali e di pseudo marketing sarebbe obbligatorio per legge, sì, legge.
Ci sono stata stamattina.

La cosa triste della vicenda é che la signora che mi ha ricevuta su questo argomento é risultata abbastanza impreparata, e non riesco a credere che nessuno si sia mai rivolto all’associazione per questo problema, perché con chiunque mi capiti di parlarne é un fenomeno diffusissimo e costante.
Specialmente negli ultimi tempi non c’è nessuno che non riceva chiamate inopportune, inutili, non gradite, non richieste, e non c’è mezzo di levarseli di torno.
La gente non ne può proprio più, e io sono maledettamente stufa di subire questa violenza, stalking da anni, stufa da un bel po’.

In buona sostanza la signora stentava a credere che io non avessi dato il mio numero di casa ad anima viva perché “se qualcuno La chiama, vuol dire che da qualche parte sta scritto”, che in effetti come ragionamento non fa una piega.
È ciò che penso io, solo che si da il caso che non sia stata io a darlo a chicchessia.
No, non sono sull’elenco, niente pagine bianche, gialle, rosa.
Nemmeno ho mai pensato di scriverlo sui moduli per le tessere dei negozi e dei supermercati, come azzardava e ipotizzava la signora, e di questo ne sono assolutamente sicura.
Ho dovuto giurare, e così é, che attualmente ed ufficialmente solamente WIND Infostrada é al corrente di questo mio nuovo numero.
Non ufficiale invece pare ce l’abbiano cani e porci.
Comunque io penso siano stati proprio loro, i miei gestori, ad avermi venduto al miglior offerente, ma non riesco a parlare con un loro operatore, pazzesco.
Ho compilato diverse volte sul loro sito, nell’area riservata ai clienti (minuscolo), una specie di modulo per le lamentele, mai cambiato niente, anzi la situazione peggiora continuamente.
Quando le ho chiesto che possibilità avessi di difendermi da queste molestie, con che modalità, la signora ha alzato le braccia al cielo.
Proprio così.
Non so, mi sembra un gesto così tipicamente italiano.
Ripeto non fosse quello il motivo principale della mia visita e del mio tesseramento (60 euri), perché se no sarei ancora più incazzata di quel che sono.
E non so più dire se sia peggio l’incazzatura o la rassegnazione, penso la rassegnazione.

Resterebbe andare dai carabinieri, ma sinceramente la mia fiducia nelle istituzioni italiane di ogni ordine e grado vacilla da tempo.
Sono sicura che finirei io sotto processo, magari non davanti ad un tribunale, una specie di loro Tribunale dell’ Inquisizione sì però.
Oppure alzerebbero anche loro le braccia al cielo.
Il paese più bello del mondo, certo, certo.
Continuerò a tenere il telefono staccato, non posso lottare anche per questo.

Uscendo da lì mi imbatto in un conoscente, coetaneo, avvocato, due figli piccoli: non c’è la fa più e sogna, o forse pensa davvero, di trasferirsi con moglie e buoi in Sudafrica.
Parliamo di stalking, lui oramai sia in casa che in ufficio li prende a male parole.
Io non ci riesco più, primo perché tengo sempre il telefono staccato, secondo perché é gente che fa un lavoro più merdoso del mio e con uno stipendio da fame.
Penso che sia più per la prima ragione però.

Riprendo il pullman per tornare a casa, il biglietto é aumentato dall’ultima volta in cui l’ho preso, ora fanno 1,30 euri per tratta, che se non fosse stato per la pioggia me la sarei fatta a piedi.
Salgono tre controllori (TRE) dell’azienda trasporti locale per controllare che tutti i passeggeri siano in regola con il biglietto.
Dopo aver controllato quelle poche anime che c’erano sul mezzo si sono intrattenuti per un pezzo del tragitto a ciarlare tra di loro o con la gente.
Sembrerebbe quantomeno che a Vorkuta il biglietto tutti lo pagano, almeno nella retata nella quale sono finita io.

Sono scesi alla mia fermata, in tre, in tre si sono avviati alla sede della loro azienda che non è distante da casa mia, io sono scesa poco dopo.
In tre per controllare un autobus alle undici di mattina, solo anziani e mamme con bambini, con me e con gli ombrelli una trentina di presenze al massimo?
Boh, c’è qualcuno che ancora se la passa bene, felice per loro.
Continuo a pensare al Sudafrica, l’avv. mi ha messo una pulce nell’orecchio.
Al Sudafrica non avevo mai, o ancora, pensato.

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