Io non mi sento italiana

Io non mi sento italiana, ecco qui, e la sensazione di estraneità a tante, troppe cose, situazioni, dinamiche e persone di questo paese si accentua ogni giorno di più. Non che non ce ne sia motivo: anzi, di motivi ce ne vengono dati parecchi tutti i giorni, il numero degli italiani dissociati è in costante aumento.

Io non mi sento italiana da molto prima che Giorgio Gaber scrivesse la sua canzone della quale il mio post scopiazza il titolo, avendolo solo declinato al femminile. Era la fine del 2003 quando è stato pubblicato l’ultimo album che conteneva questa canzone, dice Wikipedia, e lui era morto da poco.
Io non mi sento italiana, ma reputo lo stesso Gaber, il cui lavoro, devo ammettere, continuo a conoscere a tutt’oggi solo superficialmente, un bell’italiano: una persona che mi fa sentire orgogliosa del paese dove sono nata e dove vivo, della cultura nella quale sono cresciuta, delle mie radici. Le due cose sono un po’ in contraddizione, ne sono consapevole.
Ricordo il concerto che il Signor G. ha tenuto nella mia città, la partecipazione e l’entusiasmo della gente, la sua simpatia e comunicativa, la sua disponibilità.
Con delle amiche ci aveva ricevuto nel camerino a fine concerto, ho conservato religiosamente per anni il suo autografo sul biglietto di ingresso ma poi, purtroppo, sono riuscita a perderlo: per questo motivo non saprei dire che anno sia stato, direi tra il 1998 ed il 2001.

Io non sembro nemmeno italiana. Non so in che misura i miei colori, i miei lineamenti e la mia statura possano aver contribuito a far nascere in me questa strana sensazione che ho sin da piccolissima.
Certo non ha aiutato il sentirsi chiedere tutti i giorni o quasi se fossi italiana, succede da quando so parlare, e non ha aiutato il dover rispondere tutte le volte, quasi a giustificarmi per essere diversa, “si, da sette generazioni”. Adesso non capita più con tanta frequenza.
Poi, ogni qual volta valico le Alpi, la storia si ripete.
Insomma, potrei essere tedesca, inglese, scandinava e anche in parte slava; o baltica, così mi hanno detto parecchi russi. Molte cose ma non italiana.
Mettiamola così: questa storia dell’aspetto fisico non “autoctono” deve aver svolto quantomeno la sua piccola parte. Tuttavia non mi sentirei del tutto italiana nemmeno se fossi il classico fenotipo mediterraneo, se la mia morfologia fosse tipicamente mediterranea, e se avessi quindici centimetri di meno di gambe.

Non mi sento italiana perché ancora prima di imparare a leggere e scrivere sognavo ad occhi aperti di posti e paesi lontani: mio papà mi indicava con un dito sull’atlante la posizione dell’Italia, io dicevo che da grande sarei andata in Tasmania che allora mi sembrava il posto più lontano, esotico ed irraggiungibile che ci potesse essere.
Da allora non mi sono più fermata: non che sia mai stata laggiù, nell’isola ancora più a sud dell’Australia, e adesso nemmeno mi interessa andarci, ma un certo tipo di educazione, letture e studi insieme alle varie circostanze fortuite della vita come le conoscenze fatte mi ha sempre portata ad avere forse più curiosità ed interesse per altri popoli e paesi, o meglio per certi popoli e paesi, per la loro mentalità e stile di vita più aperto ed evoluto, a torto o ragione.

Dicono (tanti italiani) che l’Italia sia il più bel paese del mondo: in realtà io per quel non molto che ho potuto vedere ho trovato un sacco di posti che non avrei fatto fatica a scambiare con l’Italia, o perlomeno con la zona dove vivo.
Infatti, se esiste davvero Qualcuno lassù, questo Qualcuno ha fatto le cose proprio per bene: ha generosamente disseminato bellezze paesaggistiche e naturalistiche ai quattro angoli del pianeta, da nord a sud, a tutte le latitudini e longitudini. Ed anche solo pensare che i gran canyons americani, la barriera corallina australiana, i fiordi norvegesi o i deserti africani non possano competere con le bellezze italiane mi pare solo inutile e dannoso campanilismo.
Casomai quello che differenzia l’Italia rispetto a molti paesi con meno storia e meno cultura sono le vestigia del passato ed i centri storici delle nostre città.
Per quanto, perlomeno in Europa, di città ricche di storia ce ne sono parecchie, alcune anche conservate ed organizzate assai meglio delle nostre.
Però poi questo enorme patrimonio ed eredità culturale di cui giustamente ci vantiamo lo sappiamo gestire e sfruttare poco, voto da benino a disastroso, e allora punto a capo.
Vorrei che qualche espertone calcolasse quanti punti del PIL potrebbero essere.

Il fatto è che io non mi sento italiana ogni giorno di più, non sono più una dilettante: la mia sta diventando quasi un’avversione a tutto quello che è italico, purché non sia il nostro cibo e la nostra lingua. Dicono, quasi sempre gli stranieri, che la lingua italiana sia molto musicale ed abbia un bellissimo suono e cadenza, ed io ci credo.
La nostra decadenza o involuzione comincia secondo me già nei primi anni ottanta, e per l’architettura addirittura da molto tempo prima. Il periodo buono era già terminato nei primissimi anni cinquanta.
Gli anni ottanta sono stati ingiustamente sottovalutati, invece tre quarti dei nostri mali attuali hanno radici e hanno attecchito proprio in quel decennio horribilis nel quale hanno trovato un fertile humus.
Una parola sola, per chi c’era: edonismo reaganiano. Ancora riesce a mettermi i brividi.
Si era assai più spensierati e felici, vero, nemmeno un lontano paragone con la situazione attuale, ma il gusto, i valori, la mentalità e sensibilità dominante erano davvero insani, terribili, e pericolosi.
Poi gli anni ottanta ce li siamo dimenticati in fretta, a parte il revival musical, ma solo perché a metà degli anni Novanta si è affacciato sulla scena qualcuno, se ne è cominciato a parlare anche troppo, poi sappiamo le cose come sono andate. Insomma, è sempre colpa di qualcuno.
Mai che ci si prenda delle colpe collettive come popolo, come insieme di individui autonomi e raziocinanti. Troppo facile.

L’unica soluzione che intravedo per tornare a fare pace con questo paese, per poter tornare a sentirmi normalmente non italiana, cioè senza acrimonia e senza farmi venire la bile un giorno si e l’altro pure: dovrei smettere di leggere i giornali nostrani. Non dovrei seguire più le nostre vicende che spaziano dal tragicomico al surreale: potrei dedicarmi a tutte quelle cose che vorrei fare da tempo. Lavorare a maglia, fare il pane in casa, rispolverare qualche lingua dimenticata, imparare l’HTML.
Se però leggessi solo i quotidiani stranieri mi deprimerei ed angustierei ancora di più.
Poi mi vengono in mente le parole di Gaber, a nascere in un altro paese mi poteva andare anche peggio, e così mi risollevo per un poco.
Intanto passano i giorni, i mesi, gli anni.

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